Per la rubrica Caleidoscopio, questo mese affrontiamo il tema del valore di ciò che non ha prezzo, partendo dal libro “Deficit.Perché l’economia femminista cambierà il mondo”di Emma Holten.Il testo mette in discussione l’idea che conti solo ciò che è misurabile secondo i modelli economici dominanti,mostrando come il lavoro di cura, le relazioni e la riproduzione della vita quotidiana vengano spesso resi invisibili. Lo stesso accade nella crisi climatica, dove anche fenomeni come il loss and damage e la biodiversità vengono ridotti a valori economici, rischiando di oscurare tutto ciò che non è traducibile in numeri, ma è essenziale per la vita. Rimettere al centro ciò che non ha prezzo significa quindi ripensare cosa intendiamo per valore e riconoscere la cura – delle persone, delle comunità e del Pianeta – come fondamento delle nostre società.
Conta solo ciò che si conta
In una società ossessionata dal profitto e dalla crescita economica, diamo valore solo a ciò che genera guadagno misurabile e immediatamente traducibile in termini di PIL. Tutto il resto — il lavoro di cura, le relazioni umane, il tessuto connettivo delle comunità, la riproduzione sociale quotidiana — viene sistematicamente reso invisibile, considerato invalutabile e, in ultima analisi, un “deficit” netto per il sistema. È questo il nucleo potente e provocatorio del libro Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo di Emma Holten.
Tutto ciò che non rientra nelle metriche del PIL non viene semplicemente sottovalutato: viene escluso dal campo del “valore” stesso. In altre parole, ciò che non è misurabile secondo i parametri dominanti tende a non esistere come realtà economica riconosciuta.
Come sottolinea l’autrice, «non è difficile capire che la natura e il lavoro di cura non retribuito sono compagni di sventura, nel PIL». Questa frase sintetizza una critica profonda: il criterio con cui determiniamo il “valore” delle cose è profondamente distorto ed escludente.. Divide la comunità invece di unirla. Un sistema economico che punta esclusivamente su ciò che può ‘fare profitto’ produce, paradossalmente, una società malata e improduttiva. Studi internazionali lo confermano da anni. Secondo le stime dell’ILO (International Labour Organization), il lavoro di cura non retribuito equivale a circa il 9% del PIL globale (11 mila miliardi di dollari), e in alcuni Paesi arriva al 10-39% del PIL. Eppure rimane invisibile nei conti nazionali.
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Il lavoro invisibile che sostiene il mondo
Secondo UN Women, il lavoro di cura comprende tutte le attività quotidiane indispensabili alla vita e al funzionamento della società: cucinare, pulire, prendersi cura dei bambini, degli anziani o delle persone malate, oltre alla gestione della casa e delle relazioni familiari. È chiamato “invisibile” perché, pur essendo un lavoro vero e proprio in termini di tempo ed energie, non viene pagato né conteggiato nel PIL, ma sostiene di fatto l’intera economia. A livello globale, questo lavoro è enorme: si stima che le donne svolgano oltre il 75% del lavoro di cura e che ogni giorno vengano dedicate circa 16 miliardi di ore a queste attività. Se fosse valorizzato economicamente, il suo peso arriverebbe fino al 40% del PIL in alcuni paesi. Il punto centrale del rapporto UN Women è che questo lavoro “sostiene l’economia”, ma viene sistematicamente ignorato nelle statistiche e nelle politiche pubbliche. Le conseguenze sono concrete: meno tempo per studiare, lavorare, riposare o partecipare alla vita sociale, maggiore rischio di povertà e un forte squilibrio di genere, visto che il carico ricade soprattutto sulle donne. |
La malattia dei numeri
I modelli economici dominanti impongono un dogma pericoloso: tutto deve essere perfettamente misurabile e quantificabile. Anche quando è estremamente difficile, se non impossibile, tradurre in numeri le relazioni affettive, il tempo dedicato alla comunità, il benessere emotivo collettivo o il sostegno reciproco, si insiste su questa riduzione forzata. Il risultato è una perdita progressiva di tessuto sociale: una società sterile, senza vera coesione, che trasforma gli esseri umani in semplici robot che producono e basta, ignorando la vulnerabilità, la dipendenza reciproca e la necessità costante di cura che definiscono l’esperienza umana.
Emma Holten lo spiega così: «Spesso pensiamo al mercato come al luogo dove si crea valore. Ma se guardiamo più a fondo, il mercato spesso prende qualcosa che non ha prezzo (come il lavoro di cura non retribuito, le risorse naturali, il tempo libero) e lo trasforma in un prodotto da vendere. A quel punto, secondo la logica economica si è creato “valore” e il PIL cresce, ma in realtà abbiamo molto più da perdere che da guadagnare». Queste esternalità non quantificabili – le cure familiari, i legami comunitari, il sostegno emotivo – sono essenziali per il benessere reale delle persone e per la coesione sociale, eppure vengono completamente cancellate quando tutto viene tradotto nel solo linguaggio economico. A lungo termine questo ci porta a costruire una realtà in cui ciò che non è traducibile in numeri non esiste politicamente, anche se continua a essere ciò che tiene insieme la vita sociale. Questa situazione nasconde la fragilità del sistema su cui poggia e genera una società malata, atomizzata e priva di senso di comunità.
Il capitale naturale in borsa
La stessa logica problematica emerge anche quando si parla di natura e biodiversità. Nella politica climatica internazionale, ad esempio, si usa sempre più spesso il concetto di loss and damage (perdite e danni), che indica tutti quei danni causati dal cambiamento climatico che non è più possibile evitare o ridurre, nemmeno con misure di adattamento. Si tratta, quindi, delle conseguenze “irreversibili” della crisi climatica: territori sommersi dall’innalzamento del mare, raccolti distrutti da eventi estremi, ecosistemi scomparsi, ma anche comunità costrette a migrare e patrimoni culturali perduti.
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Perdite (in)quantificabili
Nel contesto dell’UNFCCC (Convenzione ONU sui cambiamenti climatici), il loss and damage indica le perdite e i danni causati dalla crisi climatica che non possono più essere evitati né ridotti con adattamento o mitigazione. Si tratta, quindi, degli impatti irreversibili del riscaldamento globale: eventi estremi più intensi, innalzamento del livello del mare, desertificazione, perdita di ecosistemi, ma anche danni sociali e culturali come lo sfollamento di comunità o la scomparsa di modi di vita. |
Accanto a questo, strumenti come la valutazione dei “servizi ecosistemici” cercano di attribuire un valore economico alla natura, trasformando fenomeni complessi e vitali in numeri. In teoria, questi approcci servono a rendere visibili i danni ambientali, ma nella pratica rischiano di semplificare e ridurre realtà molto più ricche e interconnesse.
Il limite principale è che tutto venga interpretato attraverso la lente del prezzo. Così facendo, si perde di vista il valore reale della biodiversità: il suo ruolo nel mantenere gli ecosistemi stabili, nel garantire acqua, aria pulita, fertilità dei suoli e protezione dagli eventi estremi, ma anche il suo significato culturale, simbolico e identitario per le comunità umane. Quando foreste, fiumi, suoli e specie vengono ridotti all’idea di “capitale naturale”, si rischia di cancellare la loro vera natura: non sono semplici risorse economiche, ma sistemi viventi basati su relazioni complesse e interdipendenze profonde. Inoltre, questo tipo di visione tende spesso a ignorare i saperi locali e indigeni, che da secoli custodiscono pratiche di convivenza equilibrata con gli ecosistemi, ma che non si adattano facilmente ai modelli di misurazione economica, anzi li mettono radicalmente in discussione. In questo modo, tutto ciò che non può essere tradotto in numeri rischia di diventare invisibile, anche se è proprio ciò che rende possibile la vita e la resilienza del pianeta.
Capitalocene: la natura come “cheap nature” del capitalismo
La crisi ecologica non può essere letta come un effetto generico dell’attività umana, ma come il prodotto di un sistema storico preciso: il capitalismo.
È in questa direzione che Jason W. Moore propone il concetto di Capitalocene, per leggere la crisi ecologica non come una crisi dell’“umanità” in generale, ma come il risultato storico del capitalismo. In questa prospettiva, la natura non viene semplicemente sfruttata, ma organizzata come qualcosa di separato e disponibile all’appropriazione, per essere continuamente incorporata nei processi di accumulazione.
Questo avviene attraverso la ricerca costante di ciò che può essere reso “cheap”, cioè a basso costo o gratuito: terra, energia, risorse naturali, ma anche lavoro umano non pagato e forme di riproduzione della vita.
La separazione tra società e natura non è, quindi, un dato naturale, ma una costruzione storica funzionale al funzionamento del sistema. Ciò che rende possibile la produzione di valore – processi ecologici, lavoro di cura, equilibri ambientali- viene sistematicamente reso invisibile o svalutato.
In questa cornice, la crisi ecologica non deriva da un semplice eccesso di consumo, ma dal modo in cui il capitalismo organizza e ridefinisce la natura stessa come risorsa da estrarre e valorizzare.
Le critiche a un diffuso approccio che spinge a tradurre in prezzo o valore economico qualsiasi elemento e con regole rigide e precostituite presenta diverse criticità. Molti studi sottolineano che la valutazione monetaria degli ecosistemi spesso rafforza una visione utilitaristica e antropocentrica, ignorando o marginalizzando i saperi e i valori delle comunità indigene. Un paper del 2023 su Environmental Science & Policy evidenzia come i framework di valutazione mainstream escludano sistematicamente le visioni del mondo indigene, che vedono gli esseri umani come parte integrante degli ecosistemi, non come separati beneficiari. Allo stesso modo, ricerche su contesti australiani e latinoamericani mostrano che i saperi tradizionali indigeni non si prestano alla quantificazione standard e vengono quindi svalutati o ignorati nei modelli economici dominanti.
Ancora più grave è l’invisibilità sistematica dei contributi delle comunità indigene e dei loro saperi ancestrali. Queste conoscenze, profondamente intrecciate con la tutela e la rigenerazione della biodiversità, rappresentano un patrimonio inestimabile di cura e interdipendenza con l’ambiente, dal momento che non si traducono facilmente in metriche di profitto o in indicatori economici convenzionali, vengono marginalizzate. Le comunità indigene, che custodiscono una porzione enorme della biodiversità mondiale, vedono così svalutati i loro contributi proprio perché sfuggono ai parametri della crescita e dell’estrazione capitalistica.
Il valore non ha prezzo
Di fronte a questa crisi strutturale, che colpisce allo stesso modo il lavoro di cura e la natura, non bastano piccoli ritocchi o politiche di greenwashing. Serve una revisione completa e un rifiuto radicale del capitalismo così come è strutturato oggi, con i suoi dogmi sulla misurabilità universale e sull’homo economicus razionale ed egoista. Bisogna mettere al centro il concetto di riproduzione sociale: tutto ciò che permette di avere persone non solo vive, ma sane, felici, capaci di relazioni autentiche tra loro e con il mondo naturale.
È necessaria un’azione radicale di cambiamento: smettere di quantificare sempre nella stessa maniera dogmatica che ci è stata insegnata come unica verità possibile. Un’economia femminista, come quella proposta da Emma Holten, deve riconoscere pienamente il valore di ciò che non ha prezzo, ridistribuire equamente il lavoro di cura, valorizzare i saperi indigeni e trattare la biodiversità non come semplice risorsa da sfruttare, ma come parte viva di un sistema di interdipendenza e rigenerazione continua.
Solo così potremo superare una società sterile, divisiva e malata, per costruire comunità più coese, resilienti e realmente capaci di prendersi cura delle persone e del vivente di cui facciamo parte. Nel paradigma economico dominante, ciò che non è misurabile non viene soltanto ignorato: non viene riconosciuto come reale dal punto di vista del valore. La cura (di sé, degli altri, della natura e dei saperi che la custodiscono) non può più rimanere ai margini dell’economia. Deve diventare il principio organizzativo fondamentale di un nuovo modello sociale ed economico. La vera ricchezza non coincide con la crescita del PIL, ma con ciò che sostiene concretamente la vita quotidiana: relazioni, comunità, biodiversità e il lavoro invisibile che mantiene tutto questo vivo e possibile.
Articolo a cura di Marta Abbà, volontaria Italian Climate Network
Questo articolo fa parte de Il Caleidoscopio, la rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, calandole nel contesto delle tematiche legate al clima per capire meglio le richieste e i concetti di azione climatica e giustizia climatica. Come il caleidoscopio restituisce immagini plurime sempre diverse, le nostre riflessioni femministe vogliono restituire un’immagine pluriversale del mondo e fornire strumenti utili a renderlo più equo, inclusivo, giusto e sostenibile.
Direzione e Coordinamento di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network.
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