Per il Caleidoscopio, la nostra rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, questo mese affrontiamo il tema della necessità di riconcepire la natura come elemento dotato di una sua soggettività. Lo faremo attraverso le teorie eco-queer illustrate da Dario Alì e Vincenzo Grasso in Natura e Contronatura. Estetica Ecoqueer. Buona lettura!
Stefano Benni, ne “Il bar sotto il mare”, apre il libro con una bizzarra storia intitolata “L’anno del tempo matto”, in cui nel paese di Sompazzo le stagioni non seguono più il loro corso naturale e i fenomeni atmosferici si presentano in maniera eccessiva e scombinata. La storia è sicuramente molto fantasiosa, ma riletta oggi rivela delle verità non troppo lontane dalla realtà.
È ormai ampiamente riconosciuto che la CO₂ prodotta dalle attività umane sia la causa principale del riscaldamento globale. I cambiamenti climatici rappresentano uno dei tratti più distintivi dell’Antropocene, in cui l’impronta dell’essere umano sul pianeta è diventata determinante.
La specie Homo sapiens è l’unica in grado di manipolare la Terra su larga scala. È altrettanto evidente, però, che l’uomo abbia sviluppato un rapporto profondamente problematico con la natura. Quest’ultima viene concepita per lo più come risorsa da sfruttare fino all’esaurimento, generando una nuova forma di stratificazione geologica caratterizzata da contaminazione e sterilità. Ecosistemi complessi sono stati ridotti a semplici fonti di materie prime o a discariche a cielo aperto. Si tratta, in sostanza, di una riduzione della natura a cosa, che è il prodotto di una concezione tipica delle società capitaliste occidentali. Attuare un processo di ri-concettualizzazione della natura si pone, dunque, come un passo fondamentale per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici; linguaggi artistici e creativi possono svolgere un ruolo importante in questo processo di risignificazione.
Natura e Contronatura
Natura e Contronatura sono termini che, nel mondo occidentale, sono stati spesso usati per definire ciò che era giusto e accettato e ciò che non lo era.
Il termine “natura” porta quindi con sé un peso normativo. Nella tradizione filosofica e giuridica occidentale, naturale è sinonimo di normale, e normale di normativo: ciò che è naturale diventa quindi ciò che “dovrebbe essere”. Questa equivalenza ci aiuta a rivedere l’idea che i comportamenti osservabili in natura possano e debbano determinare la moralità e “normalità” delle condotte umane.
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Natura: termine carico di vincoli normativi e prescrittivi che non descrive una realtà oggettiva, bensì un insieme di convenzioni culturali che stabiliscono ciò che è “naturale” e ciò che è contronatura”.
Contronatura: qualsiasi espressione del sé che devii dalle norme di genere etero-sessiste sia rispetto a orientamenti sessuali che di identità di genere. |
La costruzione di questo paradigma ha radici profonde. A partire da Francis Bacon la conoscenza diventa strumento esplicito per soggiogare la natura e la natura stessa, come anche il femminile, incarna una minaccia all’ordine razionale maschile da controllare e addomesticare. Con Newton il cosmo si trasforma in un sistema meccanico deterministico: la materia è ridotta a estensione passiva, governata da forze matematicamente descrivibili. La Terra inizia ad essere concepita come una macchina produttiva al servizio dell’umanità.
Parallelamente, il concetto di “contronatura” si struttura come strumento di controllo. Nel Medioevo cristiano, la natura diventa infatti manifestazione della volontà divina: ciò che vi si oppone, il contronatura, è attacco diretto alla sovranità di Dio e minaccia all’ordine sociale. Qualsiasi espressione del sé che deviasse quindi dalle norme di genere etero-sessiste ed eteronormative, rispetto all’orientamento sessuale o all’identità di genere, veniva così classificata come deviazione morale, “contronatura” e perseguita di conseguenza.
| L’eco-eteronormatività definisce una rappresentazione della natura come un regno prescrittivo fondato sui meccanismi di riproduzione sessuata. Questa visione si radica profondamente nell’immaginario socioculturale, teologico ed evoluzionistico e ci coinvolge in quanto siamo inevitabilmente immersi all’interno di un paradigma che continua a definire il nostro rapporto con la natura e con noi stessi. |
L’essere umano ha una profonda inclinazione a ricercare un principio razionale nel modo in cui concepisce e rappresenta il mondo: tendiamo a cercare ordine, a riconoscere schemi, a organizzare il caos in categorie comprensibili. È un’operazione cognitiva inevitabile, ma diventa pericolosa quando la scambiamo per una descrizione fedele della realtà.
Diventa allora necessario decostruire i dispositivi culturali e normativi che abbiamo ereditato e che limitano la nostra capacità di comprendere la natura per quello che è. Più che correggerli o aggiornarli, occorre allenarsi a immaginare nuove rappresentazioni che sappiano restituire la sua inafferrabilità, la sua complessità, la sua radicale indifferenza alle categorie che le imponiamo.
Natura, donna e popoli colonizzati
La storia del dominio sulla natura è inseparabile dalla storia del dominio sui corpi. La filosofia occidentale ha progressivamente associato il maschile alla ragione e il femminile alla materia, legittimando il controllo razionale dell’uomo sulla donna così come sulla natura. La donna è stata rappresentata come metafora vivente della terra: fertile, generativa, passiva, da possedere.
Nelle società pre-agricole di cacciatori e raccoglitori, le donne occupavano un ruolo centrale nella vita comunitaria. Con la domesticazione delle piante e lo sviluppo delle tecniche agricole, tuttavia, questo equilibrio si incrinò progressivamente. L’intensificazione dell’agricoltura portò con sé una nuova concezione del controllo: gli uomini scoprirono di poter dominare la natura attraverso la fertilità della terra e le donne attraverso la loro capacità riproduttiva. Il corpo femminile divenne così una risorsa da gestire, al pari della terra stessa. A garantire la continuità di questo sistema fu l’istituzione del matrimonio, concepito non come legame affettivo, ma come contratto sociale finalizzato a sancire diritti di proprietà, trasmissione ereditaria e alleanze politiche.
Le stesse dinamiche si ritrovano nel progetto coloniale. Le popolazioni indigene e non europee sono state sistematicamente associate alla natura primitiva, al disordine e all’istinto, in opposizione alla ragione e alla civiltà europea. L’omofobia e il sessismo, visti storicamente come comportamenti “contronatura” dalle società coloniali, hanno funzionato come strumenti ideologici centrali in questo processo: rafforzavano l’identità europea come moralmente superiore e civilizzata, in contrapposizione alla presunta degenerazione dei colonizzati, legittimando così la violenza e lo sfruttamento sotto le spoglie di una missione civilizzatrice.
Questa triplice logica di dominio, sulla natura, sul corpo femminile, sui popoli colonizzati, non è una serie di coincidenze storiche, ma un sistema coerente. Le sue conseguenze più gravi si manifestano ancora oggi in due minacce esistenziali per l’umanità e per le altre specie: una crescita demografica incontrollata e una distruzione ambientale sistematica, entrambe radicate nella stessa visione del mondo che riduce la vita a risorsa da estrarre e controllare.
Il Capitalocene teorizzato da Jason W. Moore completa questo quadro: il capitalismo estrattivo si è costruito sull’esclusione di molti umani dall’umanità stessa, donne, popoli colonizzati, lavoratori, così come sull’esclusione della natura dalla soggettività. La privatizzazione delle terre europee nel tardo Medioevo e il controllo “patriarcale” sui corpi femminili sono stati i primi atti fondativi di un sistema che ha poi globalizzato questa logica di dominio.
L’illusione di purezza e l’immaginario alternativo
Alla radice di questo collasso e di binarismo tra natura e contronatura c’è anche un’ossessione: la purezza. Le pratiche di bonifica di paludi e zone umide – che dal 1900 a oggi hanno fatto scomparire circa il 70% di questi ecosistemi, autentici serbatoi di carbonio e oasi di biodiversità – non rispondono solo a logiche economiche. Rispondono a un’estetica del controllo, a un disgusto per il confuso, l’ibrido, il contaminato, anche qui il “contronatura”
Anche la rappresentazione binaria e ossessivamente pura dei corpi, fondata sull’integrità di genere, è una finzione funzionale al mantenimento della società eteronormativa, ma completamente inadeguata a spiegare e contrastare la condizione dell’attuale crisi ambientale. Tutti i corpi, umani e non, sono contaminati e la purezza si mostra come costrutto ideologico intrecciato alle strutture patriarcali e alle istituzioni dominanti.
La risposta a questo collasso non può venire dagli stessi strumenti concettuali che lo hanno prodotto. È qui che l’estetica queer e le narrazioni artistiche possono diventare strumenti politici. L’arte ha la capacità di ripopolare il nostro immaginario, di avvicinarci a dimensioni dell’esperienza altrimenti inaccessibili, di rendere visibili le connessioni che il pensiero binario ha sistematicamente occultato. Il post-umanesimo e la teoria queer convergono in questo punto: il valore della vita risiede nella rete di relazioni e connessioni, non nell’individuo autonomo e circoscritto. L’identità stessa diventa fluida, dai confini incerti, queer, appunto, nel momento in cui riconosciamo che persino i nostri corpi sono ecosistemi: il microbiota umano ci ricorda che siamo già, da sempre, una fitta rete di relazioni simbiotiche con funghi, virus e batteri indispensabili alla nostra sopravvivenza.
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I principi della “teoria queer” secondo Teresa De Lauretis: 1. rifiuto della distinzione biologica e genetica tra due soli sessi (dimorfismo sessuale); 2. critica del binarismo di genere (che gli esseri umani possano essere ridotti a soli due generi opposti e distinti); 3. rifiuto dell’essenzialismo di genere, ovvero la convinzione che le differenze comportamentali tra uomini e donne siano innate e dettate biologicamente. |
Il concetto stesso di “essere umano” è più una costruzione culturale che una realtà biologica inalterabile. Ciò che consideriamo umano rimane, del resto, largamente inesplorato persino dalla scienza. La mappatura completa del genoma umano, raggiunta solo nel 2022, ha rivelato che appena il 7% del DNA è esclusivamente proprio di Homo sapiens: il resto è condiviso con altre specie. Un dato che invita a ripensare i confini netti che abbiamo tracciato tra noi e il resto del vivente.
In questo processo di ridefinizione, l’arte svolge un ruolo decisivo. Più di qualsiasi discorso teorico, essa ha la capacità di riconfigurare l’immaginario collettivo, di recuperare un contatto autentico con il non umano e di ripensare l’identità non come essenza fissa e delimitata, ma come processo in continuo rinnovamento attraverso la relazione con l’altro.
La cura come liberazione
Se il collasso è stato prodotto dal dominio, la risposta non può che essere la cura. Non come gesto privato e femminilizzato, che la società “patriarcale” ha storicamente relegato alla sfera domestica svalutandolo, ma la cura come pratica politica, etica ed ecologica. Una cura che riconosce la co-dipendenza tra tutti gli esseri viventi e il loro ambiente, che accetta la contaminazione e l’interdipendenza come condizioni costitutive della vita, non come minacce da cui difendersi.
In questa prospettiva, l’individualità si rivela un’illusione. La vita non si costituisce come unità autonoma e separata, ma come una rete intricata di relazioni complesse e interdipendenti: un assemblaggio necessario di organismi diversi in continua interazione e co-evoluzione. La natura stessa offre numerose controprove alla visione competitiva che abbiamo ereditato (dal mutualismo all’eco-simbiosi, fino alle straordinarie reti di comunicazione e cooperazione che connettono gli alberi attraverso il suolo) mostrandoci che complessità e cooperazione non sono eccezioni, ma condizioni imprescindibili della vita.
Accogliere l’eco-simbiosi come paradigma significa allora compiere un duplice gesto: superare l’individualità biologica e l’individualismo sfrenato che contraddistinguono le società del capitalismo etero-patriarcale e al tempo stesso ridefinire gli spazi semantici di ciò che comunemente consideriamo sano e patologico, normale e anormale, naturale e innaturale, andando oltre le classificazioni binarie.
Questa visione trova già espressione giuridica in alcune delle esperienze più innovative del diritto contemporaneo. Ecuador e Bolivia hanno integrato nelle proprie costituzioni il concetto filosofico di Buen Vivir, riconoscendo legalmente i diritti della natura. Nel 2010, a Cochabamba, è stata firmata la Dichiarazione Universale dei Diritti di Madre Terra. Queste esperienze sono tentativi concreti di superare l’antropocentrismo che ha guidato il modello di sviluppo capitalistico, riconoscendo alla natura lo statuto ontologico e giuridico di soggetto e non più solo di risorsa.
Abbracciare la queerness della natura, ovvero la sua resistenza a ogni classificazione rigida, la sua complessità irriducibile, la sua capacità di trasformarsi e contaminarsi, significa accettare che anche noi siamo parte di questa rete. Significa rinunciare all’eccezionalismo umano e riposizionarsi come soggetti storici ed etici dell’Antropocene, responsabili e interdipendenti. La mutazione, ci ricorda la biologia, è il modo in cui gli organismi costruiscono resilienza. Forse è anche il modo in cui possiamo costruire il nostro futuro.
Articolo a cura di Lorena Piccinini, coordinatrice della sezione Clima ed Educazione di Italian Climate Network.
Questo articolo fa parte de Il Caleidoscopio, la rubrica di approfondimenti che punta a chiarire teorie e riflessioni sviluppate dal movimento femminista, calandole nel contesto delle tematiche legate al clima per capire meglio le richieste e i concetti di azione climatica e giustizia climatica. Come il caleidoscopio restituisce immagini plurime sempre diverse, le nostre riflessioni femministe vogliono restituire un’immagine pluriversale del mondo e fornire strumenti utili a renderlo più equo, inclusivo, giusto e sostenibile.
Direzione e Coordinamento di Erika Moranduzzo, Coordinatrice della Sezione Clima e Diritti di Italian Climate Network.
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