Il futuro del Made in Italy passa dalle aziende familiari


Il successo del Made in Italy ha un cuore che batte da generazioni: è quello delle aziende a gestione familiare. Ancora oggi, nonostante la globalizzazione, la crescente industrializzazione e mercati sempre più competitivi, nel nostro Paese migliaia di imprese continuano a essere guidate dalla stessa famiglia. Un testimone che passa di padre in figlio custodendo un patrimonio di competenze, valori e tradizioni tramandato nel tempo. Una realtà che rappresenta uno dei punti di forza del sistema produttivo italiano.

Tra queste c’è Maison Cilento, la storica casa sartoriale fondata a Napoli nel 1780, divenuta negli anni ambasciatrice nel mondo dell’eccellenza della sartoria maschile napoletana. Alla guida dell’azienda c’è Ugo Cilento, rappresentante dell’ottava generazione della famiglia, che porta avanti ogni giorno una storia iniziata oltre due secoli fa.

Proprio dalla volontà di tutelare questo patrimonio, grazie alla lungimiranza di un gruppo di imprenditori tra cui Martino Cilento, 25 anni fa nasceva l’associazione I Centenari – Aziende Storiche Familiari Italiane, che riunisce le imprese guidate dalla stessa famiglia da almeno cento anni con l’obiettivo di tutelarne la storia, valorizzarne l’identità e promuoverne il ruolo nel sistema economico italiano.

Ma come si trasmette un’azienda senza disperderne i valori? E come è possibile innovare senza rinunciare alla propria identità? Ne parliamo proprio con Ugo Cilento, presidente dell’associazione I Centenari e promotore del convegno Generazioni in dialogo – Cultura d’impresa tra memoria e futuro, che ha riunito a Milano imprenditori, manager e studiosi per riflettere sul futuro delle imprese familiari italiane.

Presidente Cilento, le imprese familiari rappresentano oltre l’80% del tessuto produttivo italiano. Qual è il segreto della loro straordinaria capacità di attraversare il tempo?

Il vero segreto risiede nella continuità. Le imprese familiari non nascono per rispondere a una stagione economica, ma per attraversarla. Sono costruite su un orizzonte lungo, in cui il tempo non è una variabile da comprimere ma una risorsa da rispettare. La loro forza è la trasmissione quotidiana del sapere: un patrimonio di competenze, gesti, responsabilità e visione che si tramanda di generazione in generazione. Non si tratta soltanto di fare impresa, ma di custodire un’identità e un modo di interpretare il lavoro.

Lei guida una storica azienda di famiglia. Dalla sua esperienza, quali sono le caratteristiche che distinguono un’impresa familiare da una società affidata esclusivamente a manager esterni? Esistono vantaggi competitivi che ancora oggi fanno la differenza sui mercati internazionali?

L’impresa familiare porta con sé un elemento che nessun modello manageriale può replicare: un profondo senso di appartenenza. Ogni decisione va oltre il risultato economico immediato, perché riguarda il nome della famiglia, la sua reputazione e la responsabilità verso chi ci ha preceduto e verso chi raccoglierà il testimone. Questo non significa rinunciare alla managerialità, che anzi è spesso fondamentale per la crescita. Significa però affiancarla a una visione di lungo periodo. Nei mercati internazionali, dove tutto cambia rapidamente, questa continuità rappresenta ancora oggi un importante vantaggio competitivo.

Il passaggio del testimone è spesso il momento più delicato nella vita di un’azienda. Perché è così difficile, per chi ha costruito un’impresa, lasciare il timone alle nuove generazioni?

Perché implica un distacco che non è soltanto operativo, ma anche umano. Chi ha costruito un’impresa tende naturalmente a identificarla con sé stesso. Lasciare il timone significa accettare che quella storia continui attraverso altre persone. È un atto di fiducia, prima ancora che organizzativo. E proprio la fiducia rappresenta spesso la sfida più complessa del passaggio generazionale.

Durante il convegno di Milano, Generazioni in dialogo, lei ha affermato che il successore non deve necessariamente essere l’erede diretto, ma la persona più competente. È certamente una visione meritocratica, ma come si concilia con il forte legame familiare che caratterizza queste imprese?

Non c’è alcuna contraddizione. La famiglia rappresenta il luogo in cui si trasmettono valori, identità e senso di responsabilità; la guida dell’impresa, invece, richiede competenza, equilibrio e visione. La continuità non si garantisce per diritto, ma attraverso il merito. Scegliere la persona più preparata significa tutelare l’azienda e, allo stesso tempo, rispettare davvero il lavoro delle generazioni che l’hanno costruita.

Le nuove generazioni stanno portando in azienda strumenti come l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e nuovi modelli organizzativi. È una rivoluzione che rischia di snaturare la tradizione o rappresenta un’opportunità per rafforzarla?

L’innovazione è sempre stata parte della tradizione, anche quando non veniva definita così. Le imprese che attraversano i secoli sono quelle che hanno saputo evolversi senza perdere la propria identità. Strumenti come l’intelligenza artificiale o la digitalizzazione non cancellano la storia: possono rafforzarla, se inseriti all’interno di una cultura d’impresa solida. La sfida più importante è evitare che la tradizione diventi un esercizio di nostalgia. Deve continuare a essere un patrimonio vivo, capace di dialogare con il futuro.

Il Made in Italy continua a essere uno dei marchi più apprezzati nel mondo. Quanto del suo successo si deve proprio alle imprese familiari?

In larga misura. Il Made in Italy non è soltanto un marchio: è il risultato di storie familiari, competenze, territori e saperi tramandati nel tempo. La qualità, l’attenzione al dettaglio e la capacità di innovare nel rispetto della tradizione sono elementi che hanno reso il nostro Paese riconoscibile nel mondo. Dietro molti dei marchi che rappresentano l’eccellenza italiana ci sono proprio imprese familiari che custodiscono da generazioni questo patrimonio.

Se oggi dovesse dare un consiglio a un imprenditore che sta preparando il passaggio generazionale, quale sarebbe l’errore da evitare a tutti i costi?

Pensare che il passaggio generazionale sia un momento, quando in realtà è un percorso. L’errore più grande è rimandarlo o affrontarlo come una cesura improvvisa. La continuità si costruisce nel tempo, preparando le nuove generazioni ad assumere responsabilità crescenti e accompagnandole in questo percorso.

Guardando ai prossimi dieci anni, è ottimista sul futuro delle imprese familiari italiane oppure ritiene che sia necessario un profondo cambio di mentalità per affrontare le sfide globali?

Sono ottimista, ma a una condizione: che si continui a investire nella cultura del passaggio generazionale e nella capacità di innovare. Le imprese familiari italiane hanno dimostrato una straordinaria resilienza. Oggi, però, devono affrontare mercati sempre più globali e competitivi. Per questo sarà fondamentale mantenere salda la propria identità, aprendosi allo stesso tempo ai cambiamenti.

Parliamo de I Centenari, l’associazione nata da una sua idea per riunire le aziende storiche a conduzione familiare. Qual è la mission e quale contributo offre ai soci?

L’Associazione Aziende Storiche Familiari Italiane I Centenari non nasce da un’iniziativa personale, ma circa venticinque anni fa dalla volontà di un gruppo di autorevoli imprenditori italiani, tra cui mio padre Martino Cilento, che hanno intuito l’importanza di creare una rete capace di rappresentare e valorizzare le imprese familiari ultracentenarie. Oggi l’Associazione riunisce realtà provenienti da tutta Italia, accomunate dalla continuità della guida familiare e dalla capacità di coniugare tradizione e innovazione. Un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo de I Centenari è svolto dal Direttore Biagio Orlando, che negli anni ha contribuito a consolidare questa rete e a promuoverne la missione. Il nostro obiettivo è valorizzare la cultura d’impresa italiana come patrimonio economico, sociale e culturale del Paese, favorendo il dialogo tra imprese che condividono gli stessi valori e la stessa visione del futuro.

Vorrei chiudere con un suo ricordo personale. Lei è alla guida di una maison che da oltre due secoli rappresenta l’eccellenza della sartoria napoletana, conosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Ha vissuto la successione generazionale in prima persona. Qual è il ricordo più vivo di quel “passaggio di mano” con suo padre e qual è l’insegnamento più prezioso che le ha lasciato e che continua a guidare il suo modo di fare impresa?

Il passaggio generazionale non coincide con un giorno preciso. È un percorso fatto di esempi, gesti quotidiani e insegnamenti che si sedimentano nel tempo. L’eredità più preziosa che ho ricevuto da mio padre è l’idea che la credibilità di un’impresa si costruisca ogni giorno, attraverso coerenza, rigore e rispetto della parola data. Sono valori che continuano a guidare il mio modo di fare impresa e che considero il fondamento di ogni progetto rivolto al futuro.


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 Enza Michienzi

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