Ci risiamo. Gli imbecilli da tastiera sono di nuovo riusciti a prendersi la scena. Questa volta è bastato il volto emaciato di un uomo e una voce visibilmente segnata dalla commozione per scatenare la parte peggiore del web. Durante una cerimonia religiosa, Clemente Mastella ha trovato la forza di raccontare pubblicamente il momento difficile che sta vivendo. Lo ha fatto pronunciando una di quelle parole che, quando entrano nella vita di una persona, coprono tutte le altre: cancro.
Un annuncio colmo di emozione che affiorava chiaramente dalle parole e dal volto. Il tono della voce non mascherava il senso di paura misto alla speranza. Quella speranza a cui ogni essere umano si aggrappa con tutte le proprie forze quando, improvvisamente, la vita cambia direzione e ti mette davanti a una battaglia che non hai scelto di combattere.
Sarebbe bastato guardarlo. Sarebbe bastato ascoltarlo per comprendere che, in quel momento, davanti a tutti non c’era il politico, il Sindaco, l’ex Ministro. C’era semplicemente un uomo che stava raccontando la sua malattia.
Eppure, per una parte del web, questo non è stato sufficiente.
Forse perché il nome Clemente Mastella porta inevitabilmente con sé mezzo secolo di vita politica italiana. Richiama alla memoria governi e alleanze, rotture e cambi di schieramento con giudizi spesso durissimi.
Ma dovrebbe arrivare un momento in cui persino la politica si ferma. Un momento in cui le appartenenze, le simpatie e le antipatie restano fuori dalla porta. La malattia dovrebbe essere uno di quelli.
Clemente Mastella, cinquant’anni anni in politica
Oggi Clemente Mastella è il Sindaco di Benevento, al suo secondo mandato, e il leader di Noi di Centro. Ma la sua storia attraversa cinquant’anni di politica italiana. Eletto per la prima volta alla Camera nel 1976 nelle file della Democrazia Cristiana, è stato Deputato, Senatore, Europarlamentare, Sottosegretario, Ministro del Lavoro e della Giustizia. Una presenza costante tra la Prima e la Seconda Repubblica, protagonista di governi, alleanze e scontri politici.
Una storia così lunga durante la quale è stato amato e contestato, sostenuto e duramente avversato. Anche chi scrive lo ha aspramente criticato. L’ho fatto quando, alla guida del suo piccolo partito centrista, riusciva a esercitare un peso politico ben superiore al consenso elettorale raccolto, diventando spesso l’ago della bilancia di maggioranze di segno diverso, dal centrodestra al centrosinistra.
Ma oggi il punto è un altro: è la dignità umana davanti ad una malattia. Un principio morale sconosciuto agli sciacalli del web che invece non hanno atteso neppure il tempo del silenzio.
Questi “signori”, nascosti dietro una tastiera, hanno scritto frasi esecrabili, commenti che si fa persino fatica a leggere. Parole di odio, insulti, perfino auguri di morte. Reazioni difficili da comprendere: si fa infatti fatica a capire fino a che punto si possa perdere il senso dell’umanità.
Criticare, contestare è legittimo. È democrazia. Ma esiste un limite che dovrebbe appartenere, prima ancora che alle regole della convivenza civile, alla coscienza di ciascuno di noi.
Il cancro non ha un colore politico. Non chiede per chi hai votato, quale partito sostieni o da quale parte ti schieri. Entra nella vita delle persone, delle loro famiglie, e cambia tutto. Chiunque abbia incontrato questa malattia, direttamente o attraverso una persona cara, conosce il peso di quella parola. Conosce la paura, le attese, le speranze affidate a un esame, a una terapia, a una buona notizia. Il dolore che tormenta, le forze fisiche che giorno dopo giorno ti abbandonano mentre il corpo cambia aspetto e si fatica a riconoscersi allo specchio.
Forse è proprio questa condizione di vita che gli imbecilli dimenticano quando sono davanti allo schermo di un telefono. Dimenticano che dall’altra parte c’è una persona. Che le parole possono ferire e portare addirittura al suicidio. Dimenticano che augurare la morte a un uomo malato non è libertà di espressione e non è critica politica. È semplicemente disumanità.
L’invito agli imbecilli è uno solo: riflettere. Almeno una volta, prima di premere il tasto “pubblica”, provate a immaginare di trovarvi dall’altra parte. Davanti a quel volto provato e a quelle parole pronunciate con commozione, dovrebbe rimanere soltanto il rispetto. Non per il politico. Per l’uomo.
Sarebbe però troppo semplice fermarsi agli imbecilli, attribuendo loro tutte le responsabilità di un simile clima d’odio.
È qui che il discorso si allarga, perché davanti alla responsabilità degli haters (odiatori seriali) esiste anche quella di chi gestisce lo spazio in cui quell’odio viene pubblicato.
Cosi il caso Mastella riporta davanti ai nostri occhi un problema che continuiamo a fingere di non vedere e solleva ancora una volta un interrogativo sulla responsabilità di chi gestisce le piattaforme.
Tutti conosciamo la rigidità dei controlli imposti dai social. In pochi secondi tutte le piattaforme sono programmate per controllare una fotografia, il copyright di una musica o una parola considerata non conforme. Eppure troppo spesso quegli stessi sistemi bypassano insulti, istigazioni alla morte o, senza alcun pudore, gli auguri di morte.
Chi scrive “devi morire” o festeggia per la malattia di una persona dovrebbe essere bannato. Punto. Non sospeso per qualche ora, non richiamato con un messaggio automatico, non protetto dietro l’alibi della libertà di espressione. La libertà di espressione non è il diritto di trasformare una piazza virtuale in una fogna nella quale riversare odio e violenza.
I social sono uno strumento straordinario per milioni di persone. Hanno accorciato le distanze, creato opportunità, dato voce a chi prima non ne aveva. Ma hanno anche sdoganato gli imbecilli. Hanno offerto loro un pubblico, un palcoscenico e, soprattutto, la convinzione che dietro una tastiera tutto sia consentito.
Non lo è. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dal rispetto di un limite che non è politico né ideologico, ma semplicemente umano. La dignità di una persona non può essere messa in soffitta quando non ci piace il suo nome, la sua storia o il partito che rappresenta. Viene prima delle bandiere, delle appartenenze e delle divisioni politiche. Sempre.
Perché disumanizzare non giova a nessuno. Oggi il cancro ha colpito Clemente Mastella. Ma la malattia, purtroppo, non guarda in faccia a nessuno. E non risparmia neppure gli imbecilli.
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Enza Michienzi
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