La tensione tra Iran e Stati Uniti torna a crescere nel Golfo Persico, alimentando i timori di una nuova escalation militare e mettendo sotto pressione i mercati energetici mondiali. Nelle ultime ore si sono intensificati gli attacchi e le operazioni navali attorno allo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso il quale transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas.
L’escalation ha avuto un immediato impatto sul mercato energetico, con il prezzo del greggio salito ai livelli più alti delle ultime quattro settimane. Gli analisti ritengono che il confronto sia ancora entro limiti controllati, ma avvertono che il rischio di un’ulteriore escalation resta elevato.
Secondo quanto riferito, oggi l’Iran ha lanciato missili contro la Giordania e il Bahrain in risposta a un’operazione militare statunitense durata circa cinque ore contro obiettivi iraniani. Si tratta della terza notte consecutiva di bombardamenti americani, avviati dopo l’annuncio di Teheran sulla chiusura dello Stretto di Hormuz.
Contemporaneamente il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato il ripristino del blocco navale contro le navi iraniane, sospeso dopo la firma del memorandum di cooperazione del mese scorso. Il presidente americano ha inoltre proposto una tassa del 20% su tutte le merci che attraversano lo Stretto, presentandola come un contributo destinato a garantire la sicurezza della navigazione.
La risposta di Teheran è arrivata rapidamente. L’Iran ha colpito con missili balistici una base militare statunitense in Giordania, mentre il Bahrain, sede della Quinta Flotta americana, ha dichiarato di aver respinto un attacco aereo iraniano. Le autorità giordane hanno riferito di aver abbattuto quattro missili, mentre esplosioni sono state udite anche a Manama, capitale del Bahrain.
La ripresa delle ostilità mette in dubbio l’efficacia del memorandum di cooperazione firmato poche settimane fa, che avrebbe dovuto favorire una riduzione stabile delle tensioni. Il conflitto continua inoltre a pesare sul mercato energetico internazionale e riaccende le preoccupazioni per un possibile aumento dell’inflazione globale.
Secondo Yezid Sayigh, senior fellow del Carnegie Middle East Center, né Washington né Teheran sembrano intenzionate ad arrivare a una guerra aperta, anche se entrambe potrebbero sopravvalutare la propria posizione. L’analista ritiene che il confronto rimanga principalmente finalizzato a ottenere un vantaggio negoziale in vista di un eventuale accordo.
Negli Stati Uniti la guerra continua ad avere anche un impatto politico. L’aumento del prezzo della benzina rappresenta un tema sensibile in vista delle prossime elezioni congressuali. Un sondaggio Reuters indica che circa la metà degli americani ritiene che il conflitto non abbia giustificato i costi sostenuti.
Anche il mercato del petrolio risente delle tensioni. Il Brent è salito del 5%, raggiungendo 87,49 dollari al barile, il livello più alto dal 12 giugno, prima di registrare una lieve flessione.
L’attuale crisi affonda le proprie radici negli eventi del 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele lanciarono attacchi contro obiettivi iraniani. Teheran reagì colpendo Israele e alcuni Paesi del Golfo che ospitano basi militari statunitensi, contribuendo anche alla riaccensione del conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano, con migliaia di vittime e milioni di sfollati.
Nel frattempo Libano e Israele hanno ripreso i colloqui a Roma, mentre Beirut cerca progressi sul ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale nell’ambito dell’accordo mediato dagli Stati Uniti.
Washington sostiene che i nuovi bombardamenti mirino a ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali nel Golfo. I media iraniani riferiscono invece che gli attacchi americani hanno provocato quattro feriti nelle località di Bushehr e Tsoghadak.
Per Andreas Krieg, analista del King’s College di Londra, il confronto è tornato ai livelli precedenti al memorandum, configurandosi come un conflitto a bassa intensità destinato a proseguire senza un vincitore chiaro.
Ad aggravare ulteriormente la crisi è stata la decisione iraniana di annunciare la chiusura dello Stretto di Hormuz, dopo quello che Teheran ha definito un colpo di avvertimento contro una nave accusata di aver seguito una rotta non autorizzata.
Il Joint Naval Intelligence Center, coordinato dalla Marina statunitense, ha confermato che il nuovo blocco navale entrerà in vigore alle 20:00 GMT di martedì. Da parte sua il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che l’Iran resterà “il protettore dello Stretto”, definendo eccessiva la proposta americana di imporre una tassa del 20% sul traffico marittimo.
Prima della guerra, attraverso Hormuz transitava circa il 20% del commercio mondiale di petrolio e gas. Se la tariffa annunciata dagli Stati Uniti venisse applicata, gli introiti potrebbero raggiungere i 240 milioni di dollari al giorno. L’Organizzazione Marittima delle Nazioni Unite ha però espresso contrarietà a qualsiasi pedaggio sulle rotte marittime internazionali, ricordando che non esiste una base giuridica per imporre tali tariffe.
La tensione continua intanto a ripercuotersi sulla navigazione commerciale. Il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha reso noto che missili iraniani hanno colpito due petroliere emiratine durante il transito nello Stretto di Hormuz, causando la morte di un marittimo indiano e il ferimento di altre otto persone.
Secondo gli osservatori del settore, il numero di petroliere in transito nello Stretto è sceso ai livelli più bassi delle ultime settimane. Una valutazione precisa rimane difficile perché molte imbarcazioni hanno disattivato i sistemi di tracciamento per motivi di sicurezza, segno di un clima di crescente incertezza in una delle aree strategiche più delicate del mondo.
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George Labrinopoulos
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