La malnutrizione non è una conseguenza inevitabile della malattia, ma una condizione clinica che può e deve essere prevenuta. Eppure continua a essere sottovalutata nei percorsi di cura.
Per Maurizio Muscaritoli, presidente della Società Italiana di Nutrizione Clinica e Metabolismo (SINUC), è arrivato il momento di considerare la nutrizione clinica una vera terapia. Una trasformazione che non riguarda soltanto la pratica medica, ma l’intero sistema di assistenza, dalla formazione universitaria al lavoro in équipe, fino al ruolo crescente delle farmacie e dell’assistenza territoriale.
Cosa si intende per nutrizione clinica
«Per nutrizione clinica – spiega Muscaritoli – si intende la disciplina medica che studia, previene e corregge le alterazioni dello stato nutrizionale che si verificano come conseguenza di patologie acute e croniche. Il punto centrale è che la malattia non colpisce solo un organo: modifica il metabolismo dell’intero organismo e può portare a una progressiva perdita di peso e massa muscolare. Queste alterazioni si traducono in una malnutrizione da malattia che peggiora la prognosi della patologia di base. Conoscerne i meccanismi e intercettarne precocemente le conseguenze negative è fondamentale».
Una questione di salute pubblica
E se ci domandiamo perché il tema stia diventando sempre più strategico, la risposta è demografica prima ancora che clinica. «Abbiamo una popolazione progressivamente più anziana. È una buona notizia perché significa che si vive più a lungo; ma l’invecchiamento aumenta il numero di persone con più patologie contemporaneamente».
Come ricorda Muscaritoli, sopra i 70-75 anni molte persone convivono con tre o più comorbidità: diabete, ipertensione, insufficienza renale, scompenso cardiaco. «Tutte le patologie croniche mettono il paziente a rischio di perdere performance nutrizionale. Si perde peso, si perde massa muscolare, anche per effetto dell’infiammazione sistemica che rappresenta il comune denominatore di molte malattie croniche». La conseguenza è una riduzione della resilienza del paziente: più fragilità, più ricoveri, degenze più lunghe e maggior rischio di complicanze.
La sfida: portare la nutrizione nei percorsi di cura
Per integrare davvero la nutrizione clinica nella pratica sanitaria, secondo la SINUC serve innanzitutto aumentare la consapevolezza del problema. «Bisogna far capire che le malattie croniche possono peggiorare lo stato nutrizionale e che il peggioramento dello stato nutrizionale può a sua volta aggravare la malattia cronica».
Ma serve anche una riforma culturale della formazione universitaria.
«Non dobbiamo trasformare ogni studente di medicina in un nutrizionista. Dobbiamo formare medici che conoscano la fisiologia e la fisiopatologia della nutrizione per proteggere il paziente dal rischio di malnutrizione e dalle tante false informazioni che circolano sul web». Muscaritoli cita il progetto europeo Nutrition Education in Medical School della società europea ESPEN, che propone l’inserimento di “pillole” di nutrizione nei diversi corsi di laurea senza appesantire i curricula.
Nutrizione clinica: innovazione terapeutica e organizzativa
La presa in carico del paziente richiede competenze integrate e coinvolge figure professionali diverse, dall’ospedale al territorio. Da qui il ruolo delle farmacie e dei farmacisti, come emerso durante l’evento dello scorso giugno “Il farmacista nei percorsi di nutrizione clinica” promosso dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla SINuC. «Il farmacista è da sempre una delle figure professionali coinvolte. Pensiamo alla nutrizione parenterale: il medico prescrive la terapia, ma il farmacista ospedaliero ha una responsabilità fondamentale nella preparazione. Le farmacie, inoltre, stanno diventando sempre più luoghi dove il cittadino cerca informazioni sulla propria salute. Questo deve valere anche per i prodotti nutrizionali».
Qui Muscaritoli distingue nettamente tra integratori, pensati per la popolazione sana, e alimenti a fini medici speciali, utilizzati sotto controllo medico per colmare deficit calorici e proteici nei pazienti fragili. «Sono prodotti sempre più specifici per diverse patologie: oncologiche, renali, infiammatorie intestinali, eccetera. Il farmacista deve conoscerli bene perché spesso le persone si rivolgono direttamente a lui».
Oncologia: il dato che cambia la prospettiva
Parlando di nutrizione in oncologia i numeri diventano difficili da ignorare. «La malnutrizione oncologica peggiora la prognosi. Abbiamo evidenze scientifiche molto solide sul fatto che circa il 20% dei malati oncologici muore per le conseguenze della malnutrizione più che per la neoplasia stessa». Il problema è particolarmente frequente nei tumori dell’esofago, dello stomaco, del pancreas, del polmone e del distretto testa-collo. «Alla prima visita oncologica circa il 51% dei pazienti presenta già un aumentato rischio nutrizionale o una malnutrizione conclamata».
La perdita di peso e di muscolo aumenta la tossicità delle terapie, soprattutto chemioterapia e radioterapia. «Quando si riducono le dosi o si sospende il trattamento per tossicità, in alcune neoplasie si favorisce indirettamente la crescita del tumore e si riduce la possibilità di cura o di guarigione».
Nonostante il consolidarsi delle evidenze scientifiche, il supporto nutrizionale in oncologia rimane però spesso frammentato e non sistematico. Persistono infatti criticità importanti: mancata integrazione della nutrizione nei PDTA oncologici; carenza di team multidisciplinari dedicati; accesso disomogeneo ai servizi nutrizionali; a cui si affianca insufficiente formazione specifica. E questo, come ribadito in occasione del convegno “La sfida della nutrizione in oncologia“, il 7 luglio scorso a Roma, genera una distanza significativa tra ciò che le evidenze indicano e ciò che accade concretamente nella pratica clinica.
Perché investire sulla nutrizione clinica
Da qui, l’importanza del confronto tra ricerca, pratica clinica e organizzazione sanitaria, per una riflessione condivisa sui modelli più efficaci per integrare la nutrizione nei percorsi di cura.
«Stiamo lavorando per dimostrare la costo-efficacia di questi interventi. Se preveniamo o correggiamo la malnutrizione, riduciamo complicanze, ricoveri, tossicità terapeutiche e interruzioni dei trattamenti». In altre parole, gli alimenti a fini medici speciali non sono semplicemente un costo aggiuntivo, ma uno strumento che può migliorare gli esiti clinici e rendere più efficiente il Servizio sanitario nazionale.
Il messaggio di Muscaritoli è chiaro: «la nutrizione clinica non è un supporto accessorio: è parte integrante del percorso terapeutico».
L’articolo Nutrizione clinica, la terapia dimenticata: «Il 20% dei malati oncologici muore per le conseguenze della malnutrizione» proviene da INNLIFES.
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Anita Fiaschetti
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