PAGINE GIALLE, LA RASSEGNA STAMPA DEL TOUR DE FRANCE



“Pogacar il Re Sole” (Gazzetta dello Sport), con 35’27” di tempo d’ascesa all’Alpe d’Huez, ha inscenato lo spettacolo. Il record nella scalata, adesso è suo, ma soprattutto il trionfo dello sloveno rappresenta “una pietra miliare nella carriera prodigio”( Ciro Scognamiglio). Lui, Tadej, confessa: “Non è più un segreto, volevo vin­cere in cima a que­sta salita mitica e ce l’ho fatta”. Già, interpretazione un pò caricata – ma ci sta – dello strapotere di Pogacar secondo Marco Bonarrigo su il Corriere: “Non c’è poe­sia, non c’è pathos, non c’è sfida, non c’è pietà per i vinti”, c’è solo un ragazzo slo­veno che taglia i ven­tuno tor­nanti fre­nando come se la strada scen­desse”. Direttamente dall’Alpe, Cosimo Cito su Repubblica aggiunge: “Mai Tadej Pogacar aveva vinto su quella salita un tempo definita “mistica e mitica”, teatro ormai di un carnevale che poco ha a che vedere con la bicicletta — o forse molto, il fenomeno deve ancora essere studiato.”

E siamo al parallelo diretto tra Pogi e Pantani ed a quel titolo a tutta pagina de Il Giornale (Pogacar il pirata) a corredo di un articolo di Pier Augusto Stagi che attacca così: “Le velo, c’est moi”, il ciclismo sono io. Parafrasando il Re Sole che si sentiva Stato, Tadej Pogacar potremmo ribattezzarlo il Re solo”.

L’Equipe di oggi? “Gronda” fotogrammi di impatto, ripropone anche un pò di vecchio e caro film della corsa, mette in chiaro con Alexandre Roos: “E’ stato un gigante”. E l’inviato di punta del quotidiano francese dà anche  all’ormai vincitore di cinque Tour un Oscar alla dissimulazione: “Ha cercato di indirizzarci altrove – insistendo sul fatto di voler semplicemente ringraziare i compagni di squadra, rimasti fedeli alla sua causa anche nelle recenti difficoltà – ma non si è sempre tenuti a prendere la Maglia Gialla in parola. Le sue risposte sono spesso diversivi”. Sulla strada, spesso e volentieri, il campione è chiarissimo, non ammette repliche.

GAZZETTA DELLO SPORT
POGACAR IL RE SOLE
Fare una clas­si­fica delle imprese del valore, delle emo­zioni che danno – è ancora più dif­fi­cile che rea­liz­zarle, pro­ba­bil­mente. Ma la prima volta di Tadej Poga­car in trionfo sull’Alpe d’Huez sarà ricor­data come una pie­tra miliare nella car­riera da pro­di­gio di que­sto ragazzo slo­veno. «Non è più un segreto, volevo vin­cere in cima a que­sta salita mitica e ce l’ho fatta. Una gior­nata fan­ta­stica e devo dire gra­zie ai miei com­pa­gni. La fuga era dif­fi­cile da pren­dere, abbiamo dovuto lavo­rare tan­tis­simo, ho pen­sato a loro durante tutta la sca­lata. Ho dato tutto», le prime parole del cam­pione del mondo – capace di fare una qua­ran­tina di sor­passi in salita – sem­pre più vicino all’apo­teosi domani a Parigi dopo l’enne­sima sfilza di cifre da mal di testa. (Ciro Scognamiglio)

CORRIERE DELLA SERA
POGACAR, COME LUI NESSUNO. IL MARZIANO DELLALPE D’HUEZ BATTE IL RECORD DI PANTANI 
Non c’è poe­sia, non c’è pathos, non c’è sfida, non c’è pietà per i vinti. Lungo i 13.800 metri dell’alpe d’huez, facen­dosi largo nel budello lasciato libero dai tifosi in deli­rio, c’è solo un ragazzo slo­veno che taglia i ven­tuno tor­nanti fre­nando come se la strada scen­desse. Lui però sale verso il cielo divo­rando 1.900 metri l’ora, stac­cando di 90 secondi il fan­ta­sma di Pan­tani, di due minuti lo spet­tro (dopato) di Arm­strong, di tre Indu­rain.
Tadej Poga­car ha ucciso per la quinta volta il suo quinto Tour de France in modo vio­lento, spie­tato: all’attacco dal primo metro dell’alpe supe­rando i 40 fug­gi­tivi che lo pre­ce­de­vano come fos­sero incol­lati all’asfalto, illu­dendo solo
Cara­paz e Mar­ti­nez (sca­la­tori sopraf­fini) che ha rag­giunto nel tratto finale e anti­ci­pato in volata per­ché non voleva che nes­suno gli facesse ombra sul tra­guardo. (Marco Bonarrigo)

REPUBBLICA
DOMINIO POGACAR
RUBIO SI SCHIANTA A CAUSA DEI TIFOSI
Mai Tadej Pogacar aveva vinto su quella salita un tempo definita “mistica e mitica”, teatro ormai di un carnevale che poco ha a che vedere con la bicicletta — o forse molto, il fenomeno deve ancora essere studiato –. E così la difficoltà maggiore della maglia gialla, ieri, è stata farsi largo tra mani protese, telefonini, bandiere, striscioni, fumogeni, schizzi d’acqua, norvegesi che facevano la Viking row, olandesi nostalgici dei tempi che furono, danesi orfani di Vingegaard. Orfano di un avversario lo è anche lui, Tadej, ora che Evenepoel è finito a 7’11” in classifica ed è il primo del mondo parallelo in corsa per il podio. (Cosimo Cito)

IL GIORNALE 
POGACAR, IL PIRATA
“Le velo, c’est moi”, il ciclismo sono io. Parafrasando il Re Sole che si sentiva Stato, Tadej Pogacar potremmo ribattezzarlo il Re solo. Perchè c’è lui, solo lui. Perchè arriva sempre in solitaria. Perchè tra lui e il mondo c’è l’infinito. Vince su una delle salite simbolo del Tour: l’Alpe d’Huez. Mancava alla sua ricca collezione lo scalpo dell’Alpe, una delle vette simbolo del Tour e del ciclismo e ieri il campione ha colmato anche questa lacuna. Altro che non mi interessa la storia: Taddeo la scrive in buona grafia.Lo davano stanco e poco brillante, ombroso e con una squadra minata da un virus maligno, ma alla fine ci pensa lui… (Pier Augusto Stagi)

L’EQUIPE
E’ STATO UN GIGANTE
Ieri pomeriggio, sui tornanti inebrianti dell’Alpe d’Huez, Tadej Pogačar aveva un appuntamento soltanto con se stesso e con la storia del Tour de France. Ha cercato di indirizzarci altrove – insistendo sul fatto di voler semplicemente ringraziare i compagni di squadra, rimasti fedeli alla sua causa anche nelle recenti difficoltà – ma non si è sempre tenuti a prendere la Maglia Gialla in parola. Le sue risposte sono spesso diversivi; egli condivide con la stirpe dei veri grandi quella caratteristica reticenza dei campioni: un’economia di parole, il rifiuto di soffermarsi su ciò che conta davvero o sui sentimenti più profondi, anche quelli gioiosi; resta imperturbabile sia nella vittoria che nella sconfitta, nei giorni di gloria come in quelli di ordinaria amministrazione. È un misto di riservatezza e distacco: una presenza dominante su strada che rende superflui i grandi discorsi, come se operare in sfere così rarefatte annullasse la possibilità di un linguaggio comune, privando di senso la condivisione di spinte interiori che nessun altro potrebbe comprendere, dato che in pochissimi hanno vissuto a simili altitudini. (Alexandre Roos)
  




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