Benjamin Netanyahu non rinuncerà ad andare a New York a settembre per partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Nonostante le ripetute richieste del sindaco Zohran Mamdani di dare esecuzione al mandato di arresto emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale, il premier israeliano ha confermato la propria presenza nella Grande Mela, avendo la certezza che il primo cittadino non dispone del potere necessario per ordinare il suo arresto.
Scontro Netanyahu Mamdani
“Andrò a New York”, ha affermato Netanyahu durante un’intervista al programma televisivo “Hannity” di Fox News, rilasciata dopo il recente incontro alla Casa Bianca con il presidente Donald Trump.
Il premier israeliano ha spiegato che si presenterà davanti all’Assemblea generale dell’ONU per difendere le ragioni di Israele e rispondere direttamente alle accuse di Mamdani, che diffonde odio e contrappone gruppi diversi della popolazione newyorkese fino ad alimentare una forte ostilità contro la comunità ebraica della città.
Nel corso dell’intervista con Sean Hannity, si è chiesto con tono provocatorio se si stesse tornando al clima degli anni Trenta, denunciando quella che considera una campagna costruita su odio e menzogne.
Lo scontro tra i due leader si inasprisce e Mamdani, nonostante abbia dovuto fare dietrofront, continua a definire Netanyahu un criminale di guerra e l’artefice di quello che considera un genocidio contro il popolo palestinese.
Dalle promesse elettorali alla retromarcia
Lo scontro tra il sindaco di New York e il leader israeliano mette in luce le promesse elettorali di Mamdani. Infatti, a distanza di pochi mesi e poche settimane dall’arrivo di Netanyahu in città, Zohran Mamdani deve ridimensionare drasticamente le sue promesse elettorali:” Benjamin Netanyahu sarà arrestato qualora mettesse piede a New York”.
All’epoca, le sue affermazioni sembravano non semplici dichiarazioni politiche, ma un impegno concreto della futura amministrazione. Parole forti, ripetute pubblicamente e utilizzate per conquistare il consenso della parte dell’elettorato più ostile a Israele. Una strategia che ha inciso fortemente sulla sua vittoria.
Una volta insediato a City Hall, però, Mamdani ha dovuto rivedere la sua posizione e ammettere che il sindaco di New York non possiede alcun potere per ordinare quell’arresto. Difatti, secondo autorevoli fonti giornalistiche statunitense, dopo il confronto con i legali del Comune, la promessa di “arresto immediato” si è trasformata in una richiesta rivolta al governo federale: faccia Washington ciò che il sindaco aveva promesso di poter fare personalmente.
Per comprendere perchè la promessa di Mamdani non fosse concreta è necessario chiarire la natura del mandato della CPI.
Il mandato della Corte penale internazionale
Il 21 novembre 2024 la Corte Penale Internazionale (CPI) con sede all’AIA, nei Paesi Bassi, ha emesso un mandato di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant.
Secondo la Camera preliminare della Corte, esisterebbero ragionevoli motivi per ritenere entrambi responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi almeno tra l’8 ottobre 2023 e il 20 maggio 2024.
Tra le accuse figura l’impiego della fame come metodo di guerra, insieme alla presunta privazione intenzionale di cibo, acqua, medicinali, carburante ed energia elettrica indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile di Gaza.
La Corte ha inoltre indicato possibili responsabilità per omicidio, persecuzione e altri atti inumani. Israele respinge integralmente le contestazioni, nega la giurisdizione della Corte e sostiene che le proprie operazioni militari siano dirette contro Hamas e le altre organizzazioni armate, non contro la popolazione palestinese.
Gli ostacoli giuridici per l’arresto negli USA
Sul piano giuridico, l’eventuale arresto di Netanyahu negli Stati Uniti incontrerebbe ostacoli rilevanti. Oltre alla mancata adesione allo Statuto di Roma, entrano in gioco le competenze esclusive del governo federale, le norme sull’ingresso dei rappresentanti stranieri e le immunità connesse alla partecipazione alle riunioni delle Nazioni Unite.
Donald Trump ha già chiarito che Netanyahu non sarà arrestato durante la sua permanenza negli Stati Uniti, respingendo così la richiesta avanzata dal sindaco di New York.
Tra il dire e il fare….
A questo punto, anche a chi non si occupa di politica sorge una domanda: “Poteva non sapere il candidato sindaco di New York che la politica estera, i rapporti con i capi di governo stranieri, le immunità internazionali e l’esecuzione di un mandato della Corte dell’Aja non rientrano nelle competenze del sindaco della città ?”
Nel dibattito odierno, si confrontano due scuole di pensiero. Mentre per i sostenitori, il sindaco, laureato in Studi africani al Bowdoin College, poteva non sapere, i suoi avversari ritornano ad accusarlo di aver utilizzato dichiarazioni ad alto impatto politico per mobilitare una precisa fascia dell’elettorato. Slogan privi fin dall’inizio di una concreta possibilità di applicazione.
Netanyahu attacca anche la Corte dell’Aja
Nel corso dell’intervista, le dichiarazioni Netanyahu vanno oltre. Difatti il premier israeliano non lesina un attaccato frontale alla Corte penale internazionale, definendola un’organizzazione corrotta e malvagia e accusandola di applicare criteri politici contro Israele e denuncia quella che ritiene una disparità di trattamento tra i dirigenti israeliani e le organizzazioni armate attive in Medio Oriente.
Secondo Netanyahu Hezbollah non è stato incriminato, mentre la Corte aveva emesso un mandato anche contro Mohammed Deif, comandante dell’ala militare di Hamas, successivamente dichiarato morto, definisce il procedimento “una gigantesca montatura” e avverte: ” Lo stesso meccanismo potrebbe un giorno essere utilizzato contro il presidente degli Stati Uniti o contro i militari americani impegnati al fianco di Israele.
A suo giudizio, una burocrazia internazionale non eletta potrebbe arrivare a classificare come criminali di guerra anche il presidente statunitense e i soldati americani impegnati contro il regime iraniano.
Bill de Blasio si schiera con Mamdani
Nel dibattito che incendia la politica del Pese è intervenuto anche l’ex sindaco democratico di New York Bill de Blasio, che si è schierato al fianco di Mamdani e ha sostenuto la necessità di dare seguito al mandato internazionale contro Netanyahu.
De Blasio ha con vigore respinto le accuse secondo cui il sindaco starebbe alimentando l’odio contro gli ebrei, inserendo lo scontro nel più ampio dibattito interno al Partito democratico sulla guerra a Gaza e sui rapporti con Israele.
Le critiche di Trump agli attacchi israeliani
Lo scontro tra Netanyahu e Mamdani arriva mentre Israele non gode dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti. Difatti, il Presidente ha criticato il protrarsi degli attacchi israeliani, in particolare in Libano, sostenendo che troppe persone stanno perdendo la vita.
Trump èstao chiaro, la strategia di guerra di Israele non puo essere condivisa: “non è possibile distruggere un intero edificio per colpire un singolo obiettivo, perché all’interno possono trovarsi anche civili che non appartengono a Hezbollah” ha dato l’inquilino della Casa Bianca.
Nonostante le critiche ricevute, Netanyahu ha descritto il recente incontro con Trump come uno dei migliori mai avuti con il presidente americano, respingendo ogni ricostruzione su possibili crepe nell’alleanza tra Washington e Gerusalemme. “Chi cerca divisioni, ha sostenuto, continua invece a trovarsi davanti a «un muro di granito. Israele e Stati Uniti condividono soprattutto un obiettivo strategico: impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari”.
L’intervista completa nel podcast di Sean Hannity
Le dichiarazioni diffuse durante il programma televisivo “Hannity” rappresentano un’anticipazione di una conversazione più ampia con il premier israeliano che sarà pubblicata giovedì 30 luglio.
Netanyahu sarà infatti protagonista della prossima puntata di “Hang Out with Sean Hannity”, il podcast video lanciato nel marzo 2026 dal conduttore di Fox News.
Il format è distinto dal tradizionale programma televisivo serale. Le puntate propongono conversazioni più lunghe e informali, senza i tempi rigidi tipici dei notiziari, lasciando maggiore spazio alla storia personale degli ospiti, alle loro posizioni politiche e all’approfondimento dei principali temi di attualità.
Nell’episodio dedicato a Netanyahu saranno affrontati più diffusamente lo scontro con Mamdani, il mandato della Corte penale internazionale, i rapporti con Donald Trump e la strategia comune contro l’Iran.
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Enza Michienzi
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