Isernia con l’Abruzzo, Di Giacomo non arretra: «Periferia della periferia»


Presidente Di Giacomo, nell’intervista del 31 agosto scorso il presidente del Comitato per l’aggregazione della provincia all’Abruzzo ingegner Bucci, nel rispondere alla domanda sul rischio da lei paventato di sostanziale azzeramento della rappresentanza politica in caso di aggregazione della Provincia di Isernia all’Abruzzo, ha escluso che la densità di rappresentanza politica possa equipararsi all’efficienza nell’erogazione dei servizi essenziali sul territorio.
«E chi lo ha mai detto? È fin troppo ovvio e scontato che l’efficienza nell’erogazione dei servizi, la capacità di spesa, i LEA e quant’altro non dipendono dal numero dei componenti in sé di un organo rappresentativo, ci mancherebbe altro. Io ho scritto in maniera chiara e comprensibile tutt’altra cosa su Primo Piano, lo si vada a rileggere. Ho scritto che, poiché Isernia e provincia contano circa 78mila abitanti mentre l’Abruzzo ne conta circa 1.266.000, aggregare la provincia di Isernia all’Abruzzo significherebbe in sostanza azzerare quasi completamente la nostra rappresentanza politica regionale, ci resterebbe sì e no uno consigliere, al massimo due, tra l’altro in un Consiglio regionale formato da 31 membri e che quindi avrebbero un peso ancor minore rispetto al nostro che ne conta 21. E le cose non cambierebbero significativamente se l’intero Molise si aggregasse all’Abruzzo perché, anche in questo caso, oggi il Molise conta circa 285mila abitanti mentre l’Abruzzo come ripeto ne conta circa 1.266.000, sicché i riflessi sulla sostanziale perdita della nostra rappresentanza politica non sarebbero molto dissimili. Per cui, in un sistema elettorale regionale quale quello abruzzese in cui ogni provincia elegge i propri rappresentanti, i restanti componenti del Consiglio e della giunta regionale abruzzesi deciderebbero a schiacciante maggioranza di destinare le risorse al proprio territorio ossia a chi li ha votati, comprese quelle che paghiamo di tasca nostra. E questa, caro ingegner Bucci, non è una logica da prima Repubblica come lei dice, ma è semplicemente la logica del consenso, sulla quale si basa e si è basata in ogni epoca storica la politica e l’agire politico».
Però il presidente del Comitato ha escluso questo rischio e cioè che in caso di aggregazione all’Abruzzo le tasse pagate a Isernia finiscano per essere poi drenate verso L’Aquila, evidenziando che le risorse europee e nazionali vengono allocate su base progettuale e territoriale, ad esempio attraverso la Strategia Nazionale Aree Interne, non per mera discrezionalità del capoluogo.
«Poiché il presidente Bucci ha dovuto ammettere, e non poteva fare diversamente, che in caso di aggregazione all’Abruzzo la nostra rappresentanza politica verrebbe in pratica quasi azzerata,a tal punto ha cercato di trovare una via di uscita alla logica conseguenza da me paventata, ossia alla mancata assegnazione delle risorse statali e unionali e dalla perdita delle nostre stesse risorse, delle stesse tasse che paghiamo di tasca nostra. Ma, pur di trovare una presunta via di uscita, egli ha finito per negare incredibilmente, e sottolineo – incredibilmente –, uno dei cardini su cui si basa tutto il sistema delle autonomie regionali, fondate principalmente sui pilastri dell’autonomia legislativa ed amministrativa e, appunto, dell’autonomia finanziaria. Si vada a leggere quanto è scritto nell’articolo 119 della Costituzione, in combinazione con le materie di competenza esclusiva o concorrente delle Regioni di cui all’articolo 117 della Costituzione. La Strategia Nazionale Aree Interne cui fa riferimento l’ingegner Bucci, basata dal 2014 su accordi di partenariato tra Stato, Regioni e Comuni e che peraltro ha ottenuto risultati assai insoddisfacenti come documentato pure dai rapporti della Banca d’Italia, in primo luogo richiede comunque decisioni anche da parte delle Regioni, col che ritorna il discorso sulla nostra rappresentanza politica pressocché azzerata di cui dicevo prima, e in secondo luogo e soprattutto costituisce l’eccezione rispetto alla regola assolutamente dominante, che è quella dell’autonomia finanziaria delle Regioni e dell’ampia discrezionalità politica da parte di queste ultime nella destinazione delle risorse, salvo il rispetto di talune fonti sovraordinate. Ripeto, si vadano a leggere gli articoli 119 e 117 della Costituzione, nonché le innumerevoli norme e provvedimenti subprimari. Da ultimo in ordine di tempo, ne cito uno per tutti solo a titolo di esempio, ossia il recentissimo decreto protocollo 184366 del 4 agosto 2026, col quale il Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato del MEF ha autorizzato lo stanziamento di quasi mezzo milione di euro per il Molise e di oltre 4 milioni di euro per la Calabria, sulla base dell’articolo 1, comma 134 della legge numero 145/2018 e successive modifiche, norma che prevede l’assegnazione di tali contributi alle Regioni a statuto ordinario per investimenti in opere pubbliche, viabilità, trasporti, ambiente, ecc., investimenti questi che, al pari della massima parte degli altri investimenti, le Regioni decidono in piena autonomia e discrezionalità in ordine ai territori in cui allocare dette risorse. E quindi ecco che ritorna di nuovo il discorso sulla nostra rappresentanza pressocché azzerata, azzeramento sostanzialmente ammesso dallo stesso Bucci come ripeto, e quindi sulla mancata assegnazione anche di queste risorse alla nostra Provincia in caso di aggregazione all’Abruzzo, specie per via del sistema elettorale non basato sul collegio unico regionale come nel Molise bensì sui collegi circoscrizionali su base provinciale».
L’ingegner Bucci parla anche dello spopolamento, ammettendo che coinvolge pure le aree interne dell’Abruzzo ma aggiungendo che la presenza di nuclei urbani rilevanti fa sì che i flussi di popolazione abruzzese rimangano interni alla regione stessa.
«Ho già risposto nei miei articoli. A parte il fatto che non è così, perché vi è comunque una percentuale di abruzzesi che si indirizza anch’essa verso altre regioni o altri Stati ed a parte il fatto che tra il Molise e l’Abruzzo non vi è una cortina di ferro, per cui già oggi gli emigranti molisani potrebbero dirigersi verso i nuclei urbani rilevanti o le coste abruzzesi, comunque non è affatto consolante proporre agli isernini e ai molisani di unirci all’Abruzzo perché in tal caso migrerebbero verso tali nuclei urbani rilevanti abruzzesi o le coste abruzzesi anziché migrare in altre regioni o in altri Stati. Questa non è per niente la soluzione al problema della migrazione e dello spopolamento delle nostre aree interne, che continuerebbero così a spopolarsi ulteriormente ed inesorabilmente».
Il presidente del Comitato, nel rispondere alla questione sul debito pubblico abruzzese, quasi doppio rispetto al nostro, ha detto che è un errore grossolano valutare la sostenibilità di un debito in termini puramente assoluti, senza rapportarlo al bacino demografico e al Pil, aggiungendo che l’Abruzzo ammortizza il proprio debito spalmandolo su un bacino ben più ampio di quello molisano.
«Intanto prendo atto che, nel suo eloquio, l’ingegner Bucci ricorre talvolta a termini quanto meno inopportuni e francamente antipatici, quali appunto “errore grossolano”, “errore logico prima ancora che politico” e così via, che poi alla fine si riferiscono a pretesi errori frutto solo di sue distorte esposizioni o interpretazioni del mio pensiero. Ad ogni modo, non scenderò in polemica sia perché la polemica la fa chi non ha validi argomenti da contrapporre al suo interlocutore e quindi ricorre agli insulti o giù di lì e sia perché la materia dell’aggregazione all’Abruzzo è troppo grave e delicata per essere affrontata in termini polemici anziché con la dovuta riflessione e ponderazione. Venendo alla domanda, anche in questo caso io non ho mai valutato la sostenibilità di un debito in termini puramente assoluti, si vada a rileggere quanto ho scritto nell’articolo dedicato alla sanità. Ho scritto tra l’altro che nel 2024 il nostro debito sanitario ammonterebbe a circa 121 milioni 206mila euro a fronte di un complessivo debito pubblico pari nello stesso anno a circa 488 milioni 644mila euro, mentre il debito sanitario abruzzese ammonterebbe a circa 180 milioni di euro a fronte di un complessivo debito pubblico pari a ben 999 milioni 837mila 318,50 euro, dopodiché ho rapportato detto debito per l’appunto al bacino demografico, aggiungendo testualmente che l’Abruzzo ha un debito sia sanitario sia non sanitario più alto del nostro sebbene conti molti più abitanti di noi e quindi il nostro debito sanitario pro-capite risulti ancor più elevato rispetto a quello abruzzese, discorso valido ovviamente anche per il debito complessivo. Eccolo qua il rapporto col bacino demografico. La questione del Pil sia nostro sia dell’Abruzzo l’ho poi trattata nell’ultimo mio articolo, ma qui invece quello che interessava era questo dato in termini sia assoluti sia relativi, per porre la domanda che ho posto e che pongo di nuovo in questa sede: dato che anche l’Abruzzo vive le sue problematiche di disavanzo e debito sanitario, oltre che non sanitario, perché e come potrebbe o dovrebbe far fronte al nostro disavanzo e debito sanitario, oltre che non sanitario? Perché e come l’Abruzzo dovrebbe farsi carico dei nostri disavanzi e debiti sanitari e non sanitari, quando ha già i suoi disavanzi e i suoi debiti e non riesce a sanarli? Per farsene carico, l’Abruzzo dovrebbe accollarsi il nostro debito e così tra l’altro far pagare aggiuntivamente i nostri più alti disavanzi e debiti pro-capite anche dai suoi contribuenti, che già stanno concorrendo a pagare i disavanzi e debiti abruzzesi, con scelte antipopolari che nessun politico abruzzese si sognerebbe mai di proporre».
Però il presidente Bucci sostiene che in caso di aggregazione si ridurrebbero le nostre addizionali regionali IRPEF, per cui auspica che l’intera Regione decida di aggregarsi all’Abruzzo.
«Ho già parlato su Primo Piano anche di questo, scrivendo che le addizionali regionali IRPEF si ridurrebbero di circa 4 euro al mese per i redditi più bassi e di qualche decina di euro al mese per i redditi più alti. Ma poi questo differenziale non potrebbe svanire nel nulla come per incanto, e chi lo pagherebbe? I contribuenti abruzzesi sarebbero disposti a farsi carico del nostro debito sanitario e non? Penso proprio di no. Inoltre, come pure ho già scritto, il disavanzo e debito di una Regione viene ripianato solo in parte attraverso le addizionali regionali IRPEF e IRAP, dovendovisi sommare anche altre risorse, che l’Abruzzo potrebbe non avere o comunque non intendere impegnare. Sempre in base ai dati del 2024, in caso di aggregazione del Molise all’Abruzzo il debito sanitario di quest’ultimo crescerebbe dai circa 180 milioni di euro ad oltre 300 milioni di euro, laddove il debito pubblico complessivo aumenterebbe da circa un miliardo di euro a circa un miliardo e mezzo di euro, tra l’altro col concreto rischio di commissariamento della stessa sanità abruzzese. D’altra parte, anche nell’ipotesi puramente teorica in cui l’Abruzzo decidesse di far pagare pure ai suoi contribuenti il nostro debito e di destinarvi altresì le risorse aggiuntive di cui dicevo, comunque il problema non sarebbe risolto, perché i contribuenti abruzzesi concorrono già a pagare le tasse per ripianare il debito della loro Regione e a questo scopo vengono altresì già destinate risorse aggiuntive, ma, ciononostante, l’Abruzzo non riesce a sanare il proprio debito sanitario e non sanitario, per cui allo stesso modo non riuscirebbe a sanare neppure il nostro ».
Bucci sostiene che la razionalizzazione della spesa derivante dall’ampliamento territoriale della Regione Abruzzo, se capitalizzata, potrebbe portare all’estinzione dello stesso debito e disavanzo della Provincia di Isernia, un meccanismo di cui sono prova gli accordi di confine già ricorrenti nel dibattito politico.
«Questo passaggio non l’ho capito, ma mi pare che siamo ampiamente nel mondo dei sogni. Quale razionalizzazione della spesa può discendere da un ampliamento territoriale, peraltro modesto anche qualora riguardasse tutto il Molise? Quale capitalizzazione e come dovrebbe esservi di questa spesa? E che c’entrano gli accordi di confine, visto che in caso di aggregazione si entra a far parte dell’altra Regione e quindi nessun accordo di confine interregionale è più configurabile? Lo ripeto, il nostro debito sanitario sarebbe un macigno aggiuntivo per l’Abruzzo e quest’ultimo, non riuscendo a sanare neppure il proprio debito sanitario, giammai potrebbe riuscire a sanare il nostro».
E come verrebbe risolto allora questo problema?
«Quasi sicuramente verrebbero chiusi del tutto gli ospedali isernini, ed anche quelli molisani qualora l’intera regione Molise si fondesse con l’Abruzzo. Ma prevedibilmente anche le strutture private convenzionate sarebbero costrette a chiudere, come ho già spiegato proprio qui su Primo Piano».
Ma il presidente del Comitato dice al riguardo che questa argomentazione ignorerebbe drammaticamente la realtà in atto. La chiusura e il depotenziamento dei reparti della sanità pubblica non sono un rischio futuro, ma la cronaca odierna.
«E ci risiamo. Non ignoro affatto “drammaticamente” queste circostanze, ci mancherebbe altro, anzi sono stato proprio io a parlarne. Si vada a rileggere quanto ho scritto a chiare lettere io per primo nell’articolo sulla sanità e cioè che già allo stato attuale ad Isernia e nel Molise si stanno chiudendo purtroppo, e sottolineo – purtroppo –, vari reparti ospedalieri, incluse da ultimo le chiusure previste dal POS 2026-2028 peraltro allo stato sospese dal TAR Molise. Ma se questo è quello che sta purtroppo accadendo già adesso, in caso di aggregazione all’Abruzzo di Isernia e provincia o magari dell’intero Molise cadremmo dalla padella nella brace perché vi sarebbe il concreto altissimo rischio se non la certezza della totale chiusura dell’Ospedale di Isernia in favore di quello di Castel di Sangro e/o di Sulmona, della totale chiusura dell’Ospedale di Termoli in favore di quello di Vasto, della chiusura di vari reparti dell’Ospedale di Campobasso e così via. Con l’ulteriore aggravante che, nonostante la chiusura dei nostri ospedali, ci ritroveremmo comunque a pagare le tasse volte a sanare il debito della sanità abruzzese, tasse peraltro non affette da sospetta incostituzionalità poiché l’Abruzzo sebbene in piano di rientro non è tuttavia commissariato».
Il presidente Bucci esclude che la deroga al decreto Balduzzi, da lei prospettata, possa essere concretamente perseguibile ed anzi egli afferma che i parametri nazionali sui bacini di utenza ospedalieri servono a garantire il pareggio di bilancio ed i volumi di attività minimi necessari per le cure cliniche.
«Dunque lui condivide il decreto Balduzzi, che è alla base di tutta una serie di tagli e chiusure che così gravemente hanno colpito e colpisconola sanità specialmente nelle nostre aree interne, ma che colpiscono pure lo stesso Ospedale di Isernia, come la chiusura del suo punto nascita prevista dal già citato POS 2026-2028, attualmente sospeso dal TAR Molise. Quindi l’ingegner Bucci da un lato si dice contrario a questa chiusura, ma dall’altro lato afferma tanto espressamente e convintamente quanto contraddittoriamente di condividerne i presupposti, ossia, come lui dichiara testualmente, i parametri nazionali sui bacini di utenza ospedalieri che servono a garantire il pareggio di bilancio ed i volumi di attività minimi necessari per le cure cliniche. Non so se questa sia pure la posizione del Comitato da lui presieduto ma, se così non fosse, detto Comitato dovrebbe dissociarsi pubblicamente dalla posizione espressa dal suo presidente. Io invece il decreto Balduzzi non lo condivido affatto e credo si possa e si debba fare tutto il possibile per derogarlo almeno per determinati territori come il nostro, perché il fondamentale diritto alla salute, costituzionalmente garantito, non dovrebbe mai essere subordinato a logiche numeriche di costi/ricavi, perché chi abita in zone disagiate non dovrebbe mai essere svantaggiato nel tutelare la propria salute e la propria stessa vita rispetto a chi abita in zone più densamente popolate. Ne ho già parlato, c’è già pronto un emendamento e questa è una grande opportunità, che non avremmo se ci aggregassimo all’Abruzzo, una grande opportunità che ci permetterebbe di conservare strutture e reparti sanitari destinati alla chiusura se non anche di riaprire quelli già chiusi. Poi, certo, occorre altro ancora, occorrerebbe ribaltare sullo Stato i costi di un commissariamento che dura da ben 17 anni sollevando incidente di costituzionalità riguardo alle norme statali e regionali che costringono noi contribuenti a concorrere nel pagarne i costi, ed occorrerebbe anche un’imprescindibile complessiva riorganizzazione del nostro sistema sanitario regionale. Ma tutto ciò ci permetterebbe di avviare a soluzione la questione della sanità e così finalmente di uscire dal regime di commissariamento».
Alla domanda su un esodo verso L’Aquila dei nostri uffici pubblici e sull’istituzione di una possibile “provincia binaria” con Sulmona, il presidente del Comitato ha risposto che si tratta di uno scenario privo di fondamento normativo e che Campobasso è l’unico capoluogo privo di collegamenti ferroviari.
«Quanto alla possibile e prevedibile istituzione di una provincia binaria Isernia/Sulmona, il fondamento normativo invece c’è e risiede nell’articolo 133 della Costituzione. Poi sarà ovviamente una scelta politica su iniziativa dei Comuni a livello parlamentare, ma anche in Parlamento noi avremo perso ogni rappresentanza e quindi prepariamoci al peggio. Perché non è che per gli uffici che perderemo, quali ospedali, magari pure il Tribunale e quant’altro, si dovrà spostare solo l’utenza per le pratiche non espletabili telematicamente, ma si dovranno spostare pure tutti i dipendenti, magari con le loro famiglie, con ulteriore crisi e spopolamento per il nostro territorio. Quanto alla rete ferroviaria ed al completamento dell’elettrificazione fino a Campobasso, si tratta di un altro grave disservizio, certo, ma torno a ripetere che, per tutti i motivi che ho spiegato, in caso di aggregazione all’Abruzzo i nostri servizi già così malmessi finirebbero per peggiorare ancora di più, se non per essere del tutto soppressi. Una volta divenuti periferia della periferia, cadremmo dalla padella nella brace».
Nel corso della sua intervista, il presidente Bucci ha pure fatto un riferimento in chiave storica, dicendo che i poli industriali di Termoli e della Valle del Biferno sono nati non in virtù dell’autonomia regionale ma grazie a massicci interventi e agevolazioni statali e che l’apparente fluidità economica nel Molise pre-2008 era sostenuta in gran parte da un’espansione insostenibile della spesa pubblica regionale e dell’impiego pubblico, non da un tessuto industriale capace di competere.
«Non è così, almeno dal mio umile punto di vista. Quando sono nati i poli industriali di Termoli e della Valle del Biferno non c’era ancora il sistema delle autonomie regionali, ma il Molise si era già scisso dall’Abruzzo e così ha potuto beneficiare di importanti risorse e cioè dei massicci interventi e agevolazioni di cui parla lo stesso Bucci, massicci interventi e agevolazioni che però non avrebbe mai visto se fosse rimasto fuso con l’Abruzzo perché quest’ultimo riusciva a drenargliele, come accaduto fino al 1963. Poi è vero che la crescita era stata sostenuta pure dalla spesa pubblica destinata all’impiego pubblico, ma non è vero che non era cresciuto anche un tessuto industriale capace di competere. Ne ho già parlato su questo giornale e si tratta di dati di cui tutti sono a conoscenza, o dovrebbero esserlo. Il tessuto industriale si sviluppò e fu sostenuto anche da infrastrutture rilevanti, sebbene oggi andrebbero nettamente migliorate. Mi riferisco all’arteria viaria della Bifernina, inclusa la sua diga del Liscione, e qualche tempo dopo all’arteria viaria della Trignina, all’autostrada Adriatica con i caselli di Termoli e di Montenero di Bisaccia, pur nell’auspicata realizzazione dell’autostrada o superstrada Termoli/San Vittore, ai molteplici poli industriali dislocati in varie aree della nostra regione, nonché alla Sanatrix (di poi Neuromed), all’ITR (oggi gruppo Valerio), alla DR ed alle altre importanti aziende in Isernia e provincia, ma anche alla SAM (di poi GAM) a Bojano, alla FIAT, allo Zuccherificio del Molise a Termoli ed alle altre importanti aziende in Campobasso e provincia. Certo, pure l’Abruzzo crebbe e crebbe anche più del Molise, percentualmente il loro ed il nostro Pil si posero ai primi posti a livello nazionale. Tuttavia il Molise non avrebbe mai conosciuto questa crescita, se non si fosse scisso dall’Abruzzo, come dimostra ciò che avveniva prima del 1963».
Infine, Bucci ha detto che l’istituzione del Comitato contro l’aggregazione all’Abruzzo da lei proposto è l’ultimo, disperato tentativo di mobilitare le piazze per difendere non l’identità del territorio, ma una sovrastruttura politica ormai svuotata di ogni capacità amministrativa.
«Nulla di più inesatto e fuorviante, io non ricopro incarichi politici, tutt’altro, e quindi non ho alcun interesse a difendere nessuna poltrona, nessun politico e nessuna sovrastruttura politica. Ho proposto di istituire questo Comitato contro l’aggregazione all’Abruzzo nel caso in cui dovesse venire indetto il referendum e, in tal caso, esorto specialmente chi ha firmato la petizione a ripensare eventualmente la sua posizione perché non c’è nulla di male a cambiare opinione riflettendo sulle gravi conseguenze che comporterebbe l’aggregazione all’Abruzzo di Isernia o dell’intero Molise. Se si vuole cambiare la classe politica ed in particolare quei politici che si sono dimostrati incapaci o dediti più ai propri interessi che a quelli della collettività, è giusto farlo tramite gli strumenti di partecipazione democratica che l’ordinamento pone a disposizione di ogni cittadino e non attraverso una scelta radicale e anzi dannosa quale l’aggregazione del Molise all’Abruzzo, così sostanzialmente buttandoci in braccio ad altri politici, quelli abruzzesi. Un Comitato dunque che dovrà nascere non per difendere politici e politicanti, bensì per difendere questo territorio, per difendere noi stessi e i nostri figli, per difendere le generazioni che verranno, per difendere la nostra amatissima terra Pentra e Sannita».
luca colella


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