La settimana scorsa, alla riunione dei ministri degli Esteri a Wicklow, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che le cancellerie temono influenze russe sui voti dei prossimi mesi, compreso quello italiano. Parlava all’indomani dell’accusa tedesca sul ruolo russo nei sabotaggi all’aeroporto di Lipsia, e il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva appena detto al Foglio che da mesi la Russia provoca e testa. Sabato mattina, a Villa d’Este, Roberto Vannacci, ex generale eletto in Parlamento europeo e diventato leader di una formazione nata da una scissione a febbraio, ha spiegato che l’Unione ha un’inerzia strutturale al cambiamento e che non tutti scalpitano per entrarci. Alla vigilia, intervistato dal Foglio, Vannacci aveva anticipato la sua ricetta energetica: riaprire tutti i canali commerciali convenienti con Mosca. La chiama patriottismo economico. Il Financial Times lo ha definito il cavallo di Troia russo in Italia, riprendendo un’analisi dello European Council on Foreign Relations. Vannacci ha risposto che non esiste uno straccio di prova, e lì il dibattito si è incagliato. Si cerca il bonifico. Ma la domanda utile non è se qualcuno abbia pagato: è quanto sarebbe costato.
Perché un listino esiste, e scende. In marzo il Servizio europeo per l’azione esterna ha dato la definizione ufficiale della manipolazione informativa straniera: un comportamento intenzionale, coordinato, capace di danneggiare i processi politici e «per lo più non illegale». È in quell’ultima clausola che sta il crollo dei prezzi. Più l’operazione è illegale, più costa. Verso ciò che è lecito, il costo tende a zero.
In cima alla scala c’è il reato, e si paga al dettaglio. In Moldova, alle parlamentari del settembre 2025, le autorità hanno stimato 130mila elettori coinvolti in schemi di corruzione elettorale, con 200 milioni di dollari transitati per reti riconducibili all’oligarca Ilan Shor, riparato a Mosca. Fa 1.538 dollari a voto, più 1.018 attacchi informatici contro le infrastrutture elettorali di un Paese di due milioni e mezzo di abitanti. Si compra l’elettore uno per uno, o si compra chi lo rappresenta: nel novembre 2025 l’ex europarlamentare britannico Nathan Gill è stato condannato a dieci anni e mezzo per denaro preso in cambio di posizioni favorevoli a Mosca. È il modello più caro che esista, perché è reato.
Più giù comincia la zona grigia, dove quasi niente è perseguibile. L’agenzia francese Viginum attribuisce al gruppo Storm-1516, affiliato all’intelligence militare russa, 205 operazioni informative dal 2023: centosettantacinquemila articoli falsi contro Francia e Germania dal gennaio 2025, secondo NewsGuard, con 274 milioni di visualizzazioni sulla sola piattaforma X. In Romania il primo turno delle presidenziali del dicembre 2024 è stato annullato dopo la desecretazione di documenti sull’amplificazione anomala del candidato Călin Georgescu, assente dai sondaggi fino a poche settimane prima. Qui non si compra nessuno. Si produce contenuto, e il costo è quello di una redazione.
E poi c’è l’ultimo gradino, dove il prezzo tocca lo zero, perché non c’è più niente da comprare. Vannacci non ha bisogno che qualcuno gli consegni una valigia. Le sue posizioni sono pubbliche e rivendicate: la sconfitta dell’Ucraina data per inevitabile, la richiesta di un accordo con Mosca, i riferimenti alla minaccia russa espunti dai documenti parlamentari, il voto contro l’adesione di Kyjiv, e la riapertura dei canali energetici presentata come interesse nazionale. Nessuno ha dovuto comprare quelle idee. Nessuno ha dovuto comprarne la diffusione.
Chi ha fatto scendere il prezzo? Il primo sconto lo fa la verità. La propaganda contemporanea non falsifica più: seleziona. Il costo dell’energia è alto, ed è vero. I salari crescono troppo poco, ed è vero. Un trentacinquenne può aver passato anni saltando da un contratto all’altro, ed è vero. Una visita specialistica richiede mesi, ed è vero. Non serve inventare una realtà falsa. Basta scegliere un fatto vero, isolarlo, assegnargli un colpevole e ripeterlo finché non diventa l’intero paesaggio. La menzogna è diventata opzionale, e le cose opzionali non si pagano.
Il secondo sconto lo facciamo noi, in bolletta. Nel 2022 il gas russo copriva il 45 per cento del mix italiano; nel 2025 è sceso sotto il 3, e il petrolio dal 27 al 2. La dipendenza da Mosca è stata smontata. Il prezzo non se n’è accorto: la relazione annuale dell’Arera fissa il prezzo unico nazionale del 2025 a 115,9 euro per megawattora, il più alto dell’Unione, e le imprese pagano l’elettricità 203 euro contro i 164 della media europea. C’è di più: il rincaro dei carburanti di quest’estate ha una causa che nel discorso non compare mai, cioè la crisi dello stretto di Hormuz, che con il metano russo non c’entra niente. La promessa di bollette più basse riaprendo con Mosca è falsa, e smontarla richiede trenta secondi.
Nessuno lo fa, perché la riga successiva la dovremmo spiegare noi. Secondo l’Arera, nella bolletta elettrica del cliente tipo del terzo trimestre 2026 la materia prima e la vendita pesano per il 60,2 per cento. Il resto è altro: 19,5 di trasporto e contatore, 10,5 di oneri di sistema, 9,8 di imposte. Quasi 40 euro ogni 100 non sono energia. E dentro gli oneri elettrici il 95 per cento è una voce sola, l’Asos: incentivi alle rinnovabili e agevolazioni alle imprese energivore, politica industriale legittima pagata però in tariffa. Nel gas il meccanismo si rovescia, con oneri al 3,5 per cento e imposte al 25,7. Il punto non è la legittimità di quelle voci. È che sono commisurate ai consumi e non al reddito: prelievi regressivi che non compaiono in nessuna legge di bilancio. Non è lo Stato ad aver creato il caro energia: contano di più il prezzo marginale e un mix appeso al gas. Ma l’unica parte che dipendeva da lui l’ha lasciata intatta e regressiva.
E qui viene la parte scomoda. Sabato, a Cernobbio, quello stesso oratore ha detto che prima si crea il costo e poi si finanzia il sussidio, che prima si rompe una gamba alle imprese e poi si chiama politica industriale il pagamento della stampella. Sulla meccanica ha ragione, ed è precisamente ciò che descrivono le tabelle dell’Arera. Un avversario che ha ragione sulla diagnosi non si batte contestandogli il movente. Si batte togliendogli la diagnosi.
Ecco chi perde, se si smette di cercare bonifici e si discute di tariffe. Perdono gli azionisti pubblici, statali e comunali, che dalla tariffa alta ricavano dividendi a bilancio. Perdono le imprese energivore, titolari di agevolazioni che gli altri pagano in tariffa e che nessuno ha mai votato come tali. Perdono gli amministratori che chiedono energia più economica e negano gli elettrodotti che servirebbero a produrla. E perde chi finanzia in tariffa politiche che dovrebbero stare in bilancio, perché in bilancio si vedono e in bolletta no. Sono tutti dentro il campo che quella promessa dovrebbe combatterla. Chiamare interferenza straniera il conto che arriva ogni due mesi è la difesa più economica mai inventata.
Marco ha quarant’anni e lavora nella manifattura: busta paga ferma, bolletta che colpisce lui e l’azienda. Davide ne ha trentacinque e colleziona contratti a termine. Non sono vittime delle notizie false. Hanno ragioni vere, e chi arriva per primo con una spiegazione semplice incassa. È l’asimmetria che la politica non capisce. Contesta la spiegazione e lascia intatto il fatto. Poi si sorprende quando perde.
Il terzo sconto lo fanno le piattaforme, e non perché lavorino per il Cremlino. Lavorano per l’engagement, ed è molto peggio: una rete clandestina si smantella, un modello di business no. Un tempo uno Stato straniero doveva finanziare giornali e reclutare intermediari. Adesso la parte più costosa, trovare chi è predisposto a reagire e consegnargli il messaggio, viene svolta gratis. Ai più giovani arriva l’estetica, a chi lavora la rabbia, a chi invecchia la paura, perché miliardi di interazioni insegnano alla macchina che cosa trattiene ciascuno di noi. L’Europa ha regolato l’unica parte che si vedeva: dall’ottobre 2025 le piattaforme hanno eliminato gli annunci politici a pagamento. Abbiamo chiuso il casello e lasciato aperta l’autostrada.
Il quarto sconto è arrivato sabato, e non da Mosca. Il contraddittorio, va detto, non è mancato: l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, che gli sedeva di fronte, ha contestato a Vannacci la ricostruzione della retorica fascista e ha evocato il divide et impera praticato dall’esterno. Ma Marco Taradash, su queste pagine, aveva già messo a fuoco il punto: il diritto di parlare non comporta il diritto di essere consacrati dall’establishment economico. Il messaggio che esce da Villa d’Este non dipende da chi abbia vinto il confronto. È che, raccolti abbastanza consensi, le idee che fino a poco fa scandalizzavano diventano prospettive da discutere davanti agli investitori. Nessun servizio straniero può comprare una cosa così. Gliela regaliamo.
Qui si vede perché tutto si tiene, o niente regge. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, aprendo lo stesso forum, ha messo in guardia da una transizione in cui il vecchio equilibrio viene dichiarato superato senza che nessuno si impegni a costruirne uno nuovo, e ha chiesto riforme urgenti nel funzionamento delle istituzioni europee. L’avvertimento vale alla lettera anche per questa vicenda. Ogni euro di spesa impropria infilato nella bolletta è uno sconto. Ogni elettrodotto non costruito è uno sconto. Ogni anno di stagnazione salariale è uno sconto. Ogni procedimento europeo che arriva dopo l’elezione che doveva proteggere è uno sconto.
Rialzare il prezzo si può, e non passa dal controspionaggio. Incentivi e agevolazioni escono dalla tariffa ed entrano nel bilancio dello Stato entro una data fissata per legge, con la copertura scritta nella stessa norma. Il conflitto tra Stato regolatore e Stato azionista viene dichiarato e disciplinato. Le infrastrutture energetiche hanno tempi autorizzativi misurabili, e chi sfora ne risponde.
Su una voce, però, lo sconto non si fa. Difendere l’Ucraina significa difendere il diritto di un Paese europeo a scegliersi governo, confini e alleanze, cioè la definizione minima di libertà che riguarda anche noi. Se quel diritto diventa negoziabile a Kyjiv, diventa negoziabile ovunque, e la merce successiva saremmo noi. Per questo l’ingresso in una coalizione va subordinato a un impegno scritto: sostegno a Kyiv, anche militare, finché servirà. Vale per il centrodestra come per il centrosinistra. Non è una discriminante ideologica. È la sola voce del listino che nessuno deve poter trattare.
Millecinquecento dollari a voto in Moldova, una redazione in Francia, niente in Italia. Il prezzo dell’interferenza è sceso lungo il gradiente della legalità fino ad azzerarsi, e non è merito dei servizi russi. Quel gradiente lo abbiamo scavato noi, voce per voce, e continuiamo a cercare il bonifico.
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