Superbonus, l’impresa fugge e il conto col Fisco resta ai proprietari


Cantieri del 110% fermi per 2,2 miliardi, Campania in testa. Ma se i requisiti saltano, il Fisco chiede indietro lo sconto a chi è rimasto.

Sei palazzine ad Ascoli Piceno, decine di famiglie, i ponteggi ancora montati davanti alle finestre. L’impresa che doveva completare i lavori del superbonus 110 per cento se n’è andata prima di finire. Non è il primo caso e non sarà l’ultimo: secondo i dati dell’Enea, in Italia ci sono circa 2,2 miliardi di euro di lavori ammessi all’agevolazione e mai completati, e la Campania è la prima regione per cantieri lasciati a metà. Le cronache si fermano di solito qui, sui numeri e sulle impalcature arrugginite. A me interessa una riga che quasi tutti scrivono di corsa: tra gli effetti collaterali dei cantieri fermi ci sono le probabili contestazioni del Fisco. Perché, quando un’impresa scappa dopo aver incassato i crediti d’imposta con lo sconto in fattura, chi resta davanti all’Agenzia delle Entrate non è lei. È il proprietario. Il condomino che ha firmato, ha aspettato, si è visto smontare la facciata e non rimontarla, rischia di dover restituire un’agevolazione che non ha mai visto passare dal proprio conto.

La vicenda di Ascoli è solo un esempio

Le famiglie di Ascoli hanno firmato un contratto, come migliaia di altre in Italia, per riqualificare i loro edifici con il 110 per cento. Lavori preventivati, asseverazioni, cantiere aperto. A un certo punto l’impresa è sparita, prima di completare le opere.

I dettagli della vicenda li ha raccontati la cronaca locale, e non aggiungo quello che non so: quanti lavori fossero stati fatti, quanti crediti l’impresa avesse già incassato, in che stato siano oggi le pratiche fiscali dei condomini.

So invece che Ascoli non è un’eccezione. Le segnalazioni di situazioni problematiche raccolte dai giornali locali sono moltissime, in tutta Italia. Si aggiungono alle inchieste e agli approfondimenti che Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza continuano a condurre sull’uso dei bonus casa. È un faro rimasto acceso per scovare frodi e abusi, e nella gran parte dei casi le vittime sono proprio i proprietari degli immobili su cui si è lavorato.

Il bilancio del superbonus, insomma, non si chiude con le cifre spese.

Gli oltre 170 miliardi di euro impiegati dal 2020 in poi hanno lasciato risparmi energetici e facciate rimesse a nuovo. Hanno lasciato polemiche politiche sulle conseguenze pesanti per i conti pubblici. E hanno lasciato una coda di cantieri non completati, con tutto quello che si portano dietro: ponteggi ancora in piedi, contenziosi, problemi nella gestione delle agevolazioni, contestazioni fiscali probabili.

Le impalcature di Ascoli sono la parte che si vede.

Quanto valgono i lavori rimasti sulla carta?

Per misurarli bisogna andare all’Enea, l’agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. L’Enea monitora la parte del superbonus dedicata all’efficienza energetica e tiene due conti separati.

Il primo conto registra gli investimenti ammessi alla detrazione, cioè quelli per cui sono state trasmesse le asseverazioni dei tecnici. Il secondo registra gli investimenti effettivamente completati, quelli per cui le detrazioni sono maturate.

Mettete i due conti uno accanto all’altro, e la differenza è la misura dei cantieri a metà: circa 2,2 miliardi di euro. La gran parte, circa 1,6 miliardi, riguarda lavori condominiali.

Due osservazioni, prima di andare avanti.

La prima. Il dato dei condomini non sorprende chi ha seguito il superbonus da vicino. Un condominio è un cantiere più grande, più lungo, con più firme da raccogliere e più assemblee da convocare. E quando l’impresa se ne va, non c’è un proprietario che decide da solo di chiamarne un’altra: c’è un’assemblea che deve trovare un accordo, spesso litigando.

La seconda. L’Enea vede solo la parte energetica del superbonus. Il sismabonus al 110 per cento, per dire, non passa da quei registri. I 2,2 miliardi sono quindi la fotografia di una parte, non dell’intero. Quanto valgano davvero tutti i cantieri fermi, non lo so, e nessun dato che ho visto lo dice.

La Campania guida la classifica dei cantieri a metà

Il dato che colpisce, nei numeri Enea, non è il primo posto della Campania in sé. È il fatto che la Campania non è prima per investimenti.

Per volume di lavori agevolati con il superbonus la Campania è soltanto quinta. Davanti, nettamente, ci sono Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Lazio. Eppure, per investimenti non realizzati, è la prima regione in assoluto.

Prendete l’Emilia-Romagna. Sulla carta ha messo a referto investimenti con il superbonus per 11,7 miliardi di euro. Quelli ammessi allo sconto ma con lavori non conclusi sono appena 109 milioni, meno dell’uno per cento.

Ora prendete la Campania. Investimenti per 9,6 miliardi di euro, meno dell’Emilia-Romagna. Lavori non conclusi per quasi 350 milioni, più del triplo.

Fatti i conti, in Campania il peso dei lavori non finiti è intorno al 3,6 per cento del totale. I resoconti lo traducono così: ogni 27 cantieri, uno ha avuto problemi molto importanti in fase di esecuzione.

[Una piccola pignoleria: i dati Enea sono in euro, non in numero di cantieri. Più esattamente, è un euro su 27 a essere rimasto sulla carta. Se i cantieri abbandonati fossero mediamente più grandi o più piccoli degli altri, il conto per numero cambierebbe. L’ordine di grandezza resta quello.]

Uno su 27, in un condominio, è il palazzo accanto. È la strada dove passi tutti i giorni.

Come si collocano le altre regioni?

Dietro la Campania, la regione con l’incidenza più alta di cantieri non finiti è il Lazio. Su 10,4 miliardi di investimenti, i lavori non conclusi valgono 315 milioni, circa il 3 per cento.

La Lombardia in valore assoluto ha più o meno lo stesso problema: 301 milioni di cantieri non completati. Ma li spalma su un monte di investimenti superbonus più che doppio, oltre 24 miliardi di euro. In proporzione siamo poco sopra l’uno per cento.

L’area più virtuosa è la Valle d’Aosta, dove sono rimasti sulla carta appena 3,8 milioni di euro di lavori, lo 0,7 per centodel totale. Su livelli simili il Trentino-Alto Adige, con appena 23 milioni di lavori non finiti.

Mettete in fila le regioni, e la mappa che ne esce non coincide con quella della spesa. Dove si è speso di più non si è abbandonato di più. Si è abbandonato di più dove qualcosa, nella filiera, ha funzionato peggio.

Chi ha lasciato entrare nei cantieri imprese senza requisiti?

Una parte della spiegazione, con buona probabilità, sta nella qualificazione delle imprese che hanno eseguito le opere. Nella prima fase del superbonus non c’erano regole su questo punto. Bastava una partita Iva, un codice di attività edilizia, e si poteva aprire un cantiere da qualche milione di euro.

Per dire: un’impresa nata sei mesi prima, con due dipendenti e nessun cantiere alle spalle, poteva firmare un contratto per rifare tre condomini. E molte lo hanno fatto.

Sono stati gli stessi costruttori dell’Ance, l’associazione nazionale dei costruttori edili, a spingere per introdurre un sistema di filtro. L’obbligo dell’attestazione Soa, la certificazione che dimostra che un’impresa ha i mezzi tecnici ed economici per eseguire lavori di una certa dimensione, è scattato nel corso del 2023.

Quando però, come ammettono tutti, molti problemi erano già stati creati.

Lo so, col senno di poi è facile. Ma che una misura capace di muovere decine di miliardi sia partita senza chiedere alle imprese di dimostrare di saper costruire è una di quelle cose che, a raccontarle tra vent’anni, sembreranno inventate.

Se il cantiere si ferma, il proprietario perde lo sconto?

Non necessariamente. Ed è la notizia buona, che va data con chiarezza.

I lavori non completati non portano per forza alla perdita delle agevolazioni. In molti casi i cantieri sono stati portati avanti comunque, convogliandoli su altri sconti fiscali. Per dire: un condominio che non riesce più a raggiungere i requisiti del 110 per cento può verificare se i lavori fatti, o quelli che restano, rientrano in un bonus diverso, con un’aliquota più bassa ma con condizioni meno stringenti.

Ci vuole un tecnico che rifaccia i conti, un amministratore che riconvochi l’assemblea, e spesso un’altra impresa disposta a subentrare in un cantiere iniziato da altri. Non è semplice, ma si può fare, ed è stato fatto.

Il problema nasce quando questa strada non c’è, o non viene percorsa.

Chi paga quando l’impresa sparisce dopo aver incassato i crediti?

Qui arriviamo al punto che, secondo me, i numeri dell’Enea non raccontano.

Per capire bisogna tornare al meccanismo dello sconto in fattura e della cessione dei crediti, previsto dall’articolo 121 del decreto legge 34 del 2020. Il proprietario non pagava l’impresa, o pagava pochissimo. L’impresa applicava lo sconto e riceveva in cambio il credito d’imposta corrispondente, che poteva usare per pagare le proprie tasse o rivendere a una banca. Spesso questo avveniva per stati di avanzamento dei lavori: a ogni tranche completata, una tranche di crediti.

Ora mettete un’impresa che apre il cantiere, matura i crediti sui primi stati di avanzamento, li cede, incassa. E poi se ne va.

Il superbonus energetico richiede, alla fine dei lavori, il miglioramento di almeno due classi energetiche dell’edificio. Se il cantiere si ferma a metà, quel salto può non arrivare mai. E se manca un requisito, la detrazione non spetta.

Lo stesso articolo 121 dice chi deve restituire. L’Agenzia delle Entrate recupera la detrazione non spettante nei confronti del beneficiario, cioè del proprietario. L’impresa che ha applicato lo sconto, e chi ha comprato i crediti, ne rispondono in solido solo se c’è stato concorso nella violazione con dolo o colpa grave.

Tradotto: l’impresa scappata ha incassato. Il proprietario rimasto con il ponteggio davanti alla finestra è il primo destinatario della richiesta del Fisco. Per chiamare in causa l’impresa bisogna dimostrare che ha concorso con dolo o colpa grave, e trovarla. Spesso è già fallita, o non esiste più.

[Non tutti i casi finiscono così, va detto. Molto dipende dallo stato dei lavori, dalle asseverazioni, dalla possibilità di riconvertire l’agevolazione. Ma la regola di partenza è questa, ed è quella che spiega perché le vittime delle frodi sono, nella gran parte dei casi, i proprietari.]

È questo che i resoconti chiamano beffa. Un danno che, a un certo punto, smette di essere solo un danno.

Perché è così difficile far ripartire un cantiere fermo?

In molti casi il blocco dei cantieri si è intrecciato con altri fenomeni patologici. Alcune imprese hanno lasciato a metà cantieri avviati con un unico obiettivo: sfruttare il meccanismo della cessione dei crediti. Aprire, maturare i primi crediti, cederli, chiudere. Il cantiere era il pretesto, il credito era il prodotto.

Poi la cessione è stata bloccata. Dal febbraio 2023 il Governo ha chiuso la strada a nuovi sconti in fattura e nuove cessioni, salvo eccezioni sempre più strette.

Oggi un condominio che vuole far ripartire il cantiere si trova davanti a un problema di cassa. Prima l’impresa lavorava a costo quasi zero per i proprietari, perché si pagava con i crediti. Ora un’impresa che subentra vuole essere pagata in denaro, e i condomini devono anticipare tutto per poi recuperare in detrazione negli anni. Per molte famiglie non è possibile.

Teoricamente far ripartire quei cantieri sarebbe ancora possibile. In pratica, è difficile.

Che cosa resterà nelle città?

Gli scheletri del superbonus, li chiamano già. Facciate a metà, cappotti termici applicati su tre lati e non sul quarto, infissi nuovi accanto a muri scrostati, ponteggi noleggiati per mesi che nessuno viene più a smontare.

Rischiano di restare nelle città per anni.

Per chi ci vive, il conto non è solo estetico. C’è il ponteggio che toglie luce e sicurezza, il contenzioso con un’impresa che non risponde, la pratica fiscale in sospeso, la lettera dell’Agenzia delle Entrate che può arrivare quando meno te lo aspetti.

Ad Ascoli, in sei palazzine, decine di famiglie guardano ogni mattina le stesse impalcature.

L’impresa che le ha montate è già altrove. La lettera del Fisco, se arriva, troverà il loro indirizzo.




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