Speranza di vita record a 83,7 anni ma 5,4 milioni di persone in povertà assoluta: salute, lavoro e redditi nei dati Istat


Si vive più a lungo, i redditi crescono e l’occupazione sale, ma la povertà è più alta di dieci anni fa, il lavoro precario dura di più e il Mezzogiorno resta lontano dal resto del Paese.

È quanto emerge dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (Bes) 2026 dell’Istat, giunto alla tredicesima edizione: 148 indicatori divisi in 12 ambiti, con un’attenzione particolare alle disuguaglianze nel periodo 2014-2025.

Dei 132 indicatori confrontabili con l’anno precedente, 54 migliorano, 55 sono stabili e 23 peggiorano. Nel confronto con la media europea, su 40 indicatori l’Italia va meglio in 12 e peggio in 18: i risultati migliori riguardano salute e sicurezza, le difficoltà maggiori istruzione, lavoro e ricerca.

La mappa del benessere conferma la tradizionale distanza tra Centro-Nord e Mezzogiorno: tutte le regioni del Nord e del Centro, tranne il Lazio, sono sopra la media nazionale per almeno la metà degli indicatori disponibili a livello regionale. Ai due estremi ci sono, da una parte, il Friuli-Venezia Giulia e le province autonome di Trento e Bolzano, con valori migliori della media nazionale in almeno 10 ambiti su 12. Dall’altra Campania, Puglia e Calabria, con valori peggiori in almeno 10 ambiti.

Salute: si vive più a lungo, ma non ovunque allo stesso modo

Nel 2025 la speranza di vita alla nascita arriva a 83,7 anni, il valore più alto mai registrato: 81,7 per gli uomini e 85,7 per le donne. È 2,2 anni sopra la media europea. In vent’anni la distanza tra donne e uomini si è ridotta, da 5,7 anni nel 2004 a 4,0, mentre è cresciuta quella tra Nord e Mezzogiorno, da 0,7 a 1,4 anni.

Tornano a salire gli anni di vita attesi in buona salute: 59,1, contro 58,2 del 2024, dopo quattro anni di calo. Tra gli over 75, però, quasi la metà (47,2%) è in cattive condizioni di salute, con cronicità e limitazioni gravi. La condizione è più frequente tra le donne (53,4%) che tra gli uomini (38,5%).

Nel 2023 la mortalità evitabile scende a 16,0 decessi ogni 10.000 residenti, contro 23,8 nella media europea. Nello stesso anno la mortalità infantile è di 2,6 decessi ogni 1.000 nati vivi, con valori più alti al Sud (2,9) e nelle Isole (3,3). Scende anche la mortalità per tumori tra i 20 e i 64 anni, a 7,4 ogni 10.000 residenti (9,1 nel 2014), ma resta più alta nel Mezzogiorno.

Tra gli stili di vita, i sedentari scendono al 29,8% delle persone dai 14 anni in su, mentre l’eccesso di peso riguarda il 44,7% degli adulti. Il fumo coinvolge il 20,0%: è più diffuso tra gli uomini, ma negli ultimi dieci anni è aumentato tra le donne (+1,4 punti). Il consumo di alcol a rischio interessa il 15,8%.

Lavoro: più occupati, ma la precarietà dura di più

Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni sale al 67,6% (+0,5 punti). Per il terzo anno consecutivo cresce di più nel Mezzogiorno, che però resta lontano: 54,2%, contro il 75,3% del Nord e il 72,2% del Centro. Pesa soprattutto il dato femminile: nel Mezzogiorno lavorano solo quattro donne su dieci, contro quasi sei su dieci nella media nazionale.

Rispetto all’Europa, il tasso di occupazione italiano è più basso di 8,5 punti, che diventano 13,3 tra le donne. Scende al 12,6% il tasso di mancata partecipazione al lavoro, ma nel Mezzogiorno arriva al 23,8%, contro il 6,8% del Nord.

Cresce, poi, la precarietà di lunga durata, salendo dal 19,4% al 21,3% la quota di chi ha un contratto a termine da almeno cinque anni con lo stesso datore di lavoro, mentre scende al 12,3% (dal 16,6%) la quota di lavoratori a termine passati a un lavoro stabile.

Il part-time involontario cala al 7,7%, ma tra le donne è al 12,8%, il triplo degli uomini (4,0%). Tra le donne di 25-49 anni, il tasso di occupazione di chi ha almeno un figlio fino a 5 anni resta pari al 75,1% di quello delle donne senza figli. E nelle coppie in cui entrambi lavorano, il 68,9% del lavoro familiare resta a carico delle donne, una quota rimasta invariata in dieci anni.

Il 20,9% degli occupati laureati svolge un lavoro poco o mediamente qualificato. Cala anche la soddisfazione: gli occupati molto soddisfatti del proprio lavoro scendono dal 51,1% al 47,8%.

Redditi in crescita, povertà più alta di dieci anni fa

Nel 2025 il reddito medio disponibile pro capite cresce del 2,4%, dopo il +3,0% dell’anno precedente. Al netto dei prezzi, nei due anni l’aumento è del 2,2%. Migliora anche la percezione delle famiglie: dice di aver visto peggiorare la propria situazione economica il 26,2%, contro il 29,5% del 2024. Diminuisce la disuguaglianza dei redditi, mentre il rischio di povertà resta sostanzialmente stabile al 18,6%.

La povertà assoluta riguarda l’8,0% delle famiglie, oltre 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% dei residenti. Nel 2014 l’incidenza individuale era al 6,9%. Il valore più alto è nel Mezzogiorno (11,5%), il più basso al Centro (7,4%). Il 7,5% delle persone vive in famiglie che arrivano a fine mese con grande difficoltà, quota che sale al 12,3% nel Mezzogiorno. A rischio di povertà o esclusione sociale è il 22,6% dei residenti, contro il 20,9% della media europea: l’Italia è al 21esimo posto tra i 27 Paesi Ue.

Relazioni: reti solide, più partecipazione

L’82,9% delle persone dai 14 anni in su sa di poter contare su amici, vicini o parenti in caso di bisogno. È molto soddisfatto delle relazioni familiari il 33,8%, di quelle con gli amici il 23,4%.

Cresce la partecipazione sociale, al 30,3% (+1,4 punti): un aumento dovuto interamente alle donne. Sale anche la quota di volontari, al 9,2%. Il 59,6% partecipa alla vita civica e politica: crescono le forme più tradizionali, come informarsi e parlare di politica, mentre cala chi esprime opinioni su siti web e social (-1,9 punti).

La fiducia negli altri resta stabile: poco più di due persone su dieci (22,0%) pensano che la maggior parte della gente sia degna di fiducia, come nel 2024. Cala però tra i giovani adulti di 25-34 anni (21,1%, -3,1 punti), soprattutto tra gli uomini (21,0%, -5,2 punti).

Soddisfazione per la vita: crescono gli anziani soddisfatti

Nel 2025 il 47,6% delle persone dai 14 anni in su si dice molto soddisfatto della propria vita, con un voto tra 8 e 10 (+1,3 punti rispetto al 2024). La crescita più forte riguarda gli anziani: i molto soddisfatti aumentano di quasi 3 punti sia tra i 65-74enni, che arrivano al 48,1%, sia tra chi ha 75 anni e più (43,0%).

Tra gli uomini la soddisfazione è più alta, con una distanza di 2,4 punti sul totale della popolazione. Il divario cresce con l’età: tra i 65 e i 74 anni le donne molto soddisfatte sono il 45,4%, 5,7 punti in meno degli uomini. Dopo i 75 anni la distanza aumenta ancora, con il 39,9% delle donne contro il 47,3% degli uomini.

È soddisfatto del proprio tempo libero il 67,3% (66,4% nel 2024): il 69,5% degli uomini e il 65,2% delle donne. La differenza si vede anche tra i giovanissimi: tra i 14 e i 19 anni, infatti, è soddisfatto l’83,5% dei ragazzi e il 78,4% delle ragazze.

Sul futuro, il 30,8% pensa che la propria condizione migliorerà nei prossimi cinque anni, mentre il 12,0% si aspetta un peggioramento. Anche la soddisfazione cambia sul territorio: i molto soddisfatti della vita sono il 50,3% nel Nord-ovest e il 41,6% al Sud, mentre le Isole, con il 49,6%, sono sopra la media nazionale.

Ricerca e innovazione: l’Italia cresce, ma resta indietro

Nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo cresce del 5,6% e sale all’1,40% del Pil, contro il 2,26% della media europea. A trainare l’aumento sono soprattutto le università (+13,4%). Oltre il 60% della spesa si concentra in quattro regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Piemonte.

Nel triennio 2022-2024 il 62,9% delle imprese ha svolto attività di innovazione. Nel 2022, ultimo dato disponibile, le domande di brevetto sono arrivate a 91,5 per milione di abitanti, con forti differenze: 172,2 nel Nord-est, 15,8 nelle Isole. I lavoratori della conoscenza superano i 4,6 milioni, il 19,2% degli occupati, mentre l’81,8% della popolazione dagli 11 anni in su usa Internet regolarmente. Si accentua invece la perdita di giovani laureati verso l’estero: nel 2024 il tasso migratorio è di -8,4 per 1.000, il valore più sfavorevole dal 2019.

I dati

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